Cinescienza: Luoghi comuni

Peggio soli

Una scena del film Cast away
di Danilo Santelli

Tom Hanks in "Cast away", di Robert Zemeckis, interpreta un dirigente di azienda che naufraga su un’isola disabitata: un removie di Robinson Crusoe. Antonio Tintori, ricercatore dell’Istituto di ricerca sulla popolazione e le politiche sociali, ci parla di come l’isolamento e la solitudine convivano con la società di massa tramite il "virtuale". Un giovane su dieci non incontra i propri amici

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Nel 2000 il regista statunitense Robert Zemeckis dirige Tom Hanks nel film “Cast away”, per la seconda volta dopo “Forrest Gump”: Hanks è Chuck Noland, dirigente della società di trasporti FedEx, che precipita in mare con l’aereo che l’avrebbe dovuto portare nel sudest asiatico per un viaggio di lavoro. Una volta raggiunta un’isola deserta, riesce a sopravvivere per qualche anno e, dopo una disperata ricerca di aiuto a bordo di una zattera, viene recuperato da una nave nel Pacifico per poi essere riportato a casa, negli Stati Uniti.

Su tutti i naufraghi, a partire dal Robinson Crusoe uscito dalla penna dello scrittore Daniel Defoe, si sono da sempre generati accesi dibattiti. “In passato, l’idea che il comportamento dell’uomo potesse essere analizzato nella sua individualità ha generato una contrapposizione tra visioni psicologiche e sociologiche delle dinamiche umane, che non risulta ancora del tutto risolta. Tuttavia, oggi appare chiaro che gli atteggiamenti e i comportamenti umani non possono essere valutati correttamente senza considerare l’ambiente all’interno del quale si manifestano, ovvero gli effetti delle relazioni intersoggettive che ci rendono ciò che siamo, salvo voler pensare che la nostra psicologia sia indipendente da esse”, chiarisce Antonio Tintori dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Cnr di Roma, referente del gruppo di ricerca Mutamenti sociali, valutazione e metodi (Musa) e presidente del Comitato unico di garanzia (Cug) dell’Ente.

Una scena del film Cast away

“Nei tempi più recenti si sente talvolta il bisogno di vivere da soli: tuttavia, quando questo allontanamento non ha una matrice psichiatrica rappresenta una deriva sociale di tipo patologico. Negli anni Sessanta del secolo scorso è stata posta particolare attenzione al crescente bisogno di sentirsi accettati, di apparire e di raggiungere il successo. In seguito, la progressiva perdita dei legami comunitari tradizionali ha portato all’atomizzazione della massa: gli individui, maturano un crescente individualismo che li spinge a cercare rifugio nella solitudine fisica e mentale, nel momento in cui la pressione sociale viene percepita come insostenibile”.

Il fenomeno del “ritiro sociale” appare così in forte ascesa, in maniera particolare tra i giovani. “Secondo i dati che abbiamo prodotto, in Italia circa un adolescente su 10 non incontra mai i propri amici, e il 6,4% non ha amici intimi con i quali potersi confidare. In questi casi, sono stati registrati bassi livelli di autostima e la presenza di importanti disagi, come ansia e sintomi depressivi. I più alienati risultano essere i giovani stranieri e quelli con uno status sociale e culturale basso. Dunque, i naufraghi sociali appaiono in preoccupante aumento e non sarà certo l’iperconnessione a risolvere questa patologia sociale, anzi. Rispondere a questo problema prima di una sua incurabile cronicizzazione è quanto mai urgente, e l’approccio non può che essere multidisciplinare, chiamando in causa il mondo scolastico e quello familiare”, prosegue Tintori.

L’onda lunga della recente pandemia ha impattato in maniera decisiva su questi comportamenti. “Con la diffusione del Covid-19 e per effetto dei conseguenti lockdown, la solitudine dell’individuo, separato dall’interazione fisica e costretto nella propria realtà domestica, si è mostrata in modo inedito. Il distanziamento ha ridotto i desideri, distolto la nostra attenzione dall’affetto, l’appartenenza e l’autorealizzazione, trasposto la nostra intersoggettività su un piano sempre più virtuale, senza alcun controllo sociale, aumentando la quota degli ‘iperconnessi’, con tutti i disagi psicologici che ne stanno conseguendo. Questo dimostra che, per quanto la nostra libertà sia stata limitata è impossibile sopprimere la dimensione relazionale, perché siamo animali sociali e non siamo fatti per vivere nell’isolamento”, conclude il ricercatore.

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