Focus: Luoghi comuni

Non ci sono più i fiumi di una volta

Strada allagata
di Paola Salvati

L’evento in Emilia Romagna che ha provocato 15 vittime, decine di migliaia di sfollati, miliardi di euro di danni, ci ricorda che la modifica operata sul territorio è la prima causa delle conseguenze che esso subisce. Occorre quindi una presa di coscienza, ci ricorda Paola Salvati, ricercatrice e divulgatrice dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica

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Nel mese di maggio più piovoso degli ultimi 70 anni, il nostro territorio ci ha dimostrato ancora una volta la sua estrema fragilità, riconducendo drammaticamente l’attenzione alle gravi problematiche connesse al dissesto geo-idrologico e alle sue interazioni con il cambiamento climatico in atto. A far sì che un evento pluviometrico estremo si trasformi in una tragedia concorrono numerose variabili, non sempre prevedibili e misurabili, che interagiscono tra loro con complesse funzioni non lineari. In primis le piogge - in termini di intensità, durata, ed estensione geografica - e le condizioni del territorio su cui si riversano, che possono favorire e soprattutto ostacolare il normale assorbimento e deflusso delle acque. Territorio su cui insistono gli elementi che vanno poi a comporre la lunga lista dei danni, siano essi campi coltivati, insediamenti residenziali, aree industriali o, peggio, persone. In questo quadro, estremamente complesso, si inserisce l’evidente e preoccupante tendenza dei regimi pluviometrici a presentarsi con livelli di intensità tali da potersi definire estremi in quanto mai, o quasi mai, misurati.

A pagare il tributo più alto questa volta è l’Emilia-Romagna, principalmente nel suo settore orientale, dove nel volgere di appena due settimane si sono verificati due eventi di particolare gravità. Tra il primo e il 3 maggio sono diffusamente caduti accumuli di precipitazioni rilevanti, di oltre 200 mm in circa 36 ore. Queste piogge di inizio maggio sono state responsabili di fenomeni di franamento diffuso e di estese esondazioni e rotture d’argine. Su questa condizione di suolo saturo d’acqua si sono poi impostate le nuove piogge estremamente intense e arealmente ampie, che hanno avuto il loro massimo tra il 16 e il 17 maggio. In 48 ore, è piovuto quanto normalmente avviene in circa metà anno, con picchi di intensità anche superiori ai 200 mm nelle 24 ore.

Questa intensità della pioggia, la sua persistenza temporale e l’estensione geografica coinvolta hanno determinato le contemporanee esondazioni e rotture di argine di 23 corsi d’acqua, unitamente all’attivazione di almeno un migliaio di frane. Questi devastanti effetti al suolo, le cui immagini stanno riempiendo le cronache, non solo nazionali, hanno causato la perdita di 15 vite umane, decine di migliaia tra sfollati ed evacuati e danni a proprietà private, beni pubblici e numerose attività economiche. Le condizioni favorevoli allo sviluppo di frane per scivolamento e colamento lungo i versanti ancora perdurano dopo 10 giorni dalla seconda ondata. In pianura, la difficoltà di smaltimento delle acque esondate che gravano sul reticolo secondario e di bonifica amplifica i disagi della popolazione, esponendola anche al rischio sanitario e ritardando il ritorno alla normalità e il ripristino del territorio.

Ma quale territorio pensiamo ancora di recuperare e in che modo? La drammatica situazione che oggi vediamo soprattutto in Emilia-Romagna e in misura minore in Marche e Toscana potrebbe manifestarsi in qualsiasi altra regione italiana poiché è il frutto di un approccio ingegneristico del territorio. Il Polesine ricorda l’alluvione del 1951, ma ancor prima, nel maggio del 1939, le stesse aree colpite oggi in Emilia-Romagna furono inondate con danni all’agricoltura e al territorio tutto, senza causare vittime. Questo avveniva quando il naturale assetto era stato molto meno alterato di oggi, ma da allora si è proseguito senza sosta negli interventi per sottrarre aree sempre più estese al naturale deflusso delle acque e utilizzarle per l’agricoltura, per l’edificazione e per le infrastrutture. Questi interventi sono stati realizzati con estese opere di bonifica, modifiche dell'uso del suolo e delle pratiche agricole e intervenendo direttamente sui fiumi attraverso rettificazioni, inalveazioni, difese spondali, argini e sottrazioni di aree golenali.

Strada allagata

Tali opere hanno reso il sistema fluviale e territoriale estremamente dispendioso e debole. Dispendioso, in quanto la loro manutenzione richiederebbe una quantità di risorse economiche difficilmente disponibili agli enti gestori; debole perché, in virtù della conseguente scarsa manutenzione, queste opere nel tempo hanno aumentato la loro fragilità e vulnerabilità, fino a divenire a volte del tutto inefficaci quando non dannose, come nel caso del cedimento degli argini. In caso di piene straordinarie, la loro rottura può generare improvvise inondazioni in aree estesamente antropizzate e divenire causa di disastri. Nell’immediata vicinanza di queste opere, e grazie alla loro presenza, si sono infatti sviluppate numerose attività umane, compresi quartieri residenziali, strade e scuole, esponendoli a rischio di danno e perdita totale.

Come è avvenuto anche in questa ultima alluvione, per la quale i danni materiali sono ingentissimi e ancora impossibili da quantificare. Ad oggi un primo provvedimento disposto dal Governo prevede lo stanziamento di due miliardi di euro per gli interventi. Sulla base di queste osservazioni non possiamo pensare al futuro ignorando la necessità di un serio programma di rinaturalizzazione dei territori e dei fiumi. Occorrerà quindi mettere a sistema le numerose conoscenze già a disposizione e investire in soluzioni ecosostenibili da attuare in combinazione con le classiche opere strutturali di mitigazione. Servirà inoltre un’estesa opera di coinvolgimento della popolazione, a partire dalle scuole, con campagne informative sui futuri scenari attesi e sui rischi a cui i cittadini saranno soggetti, istruendoli sulle procedure da attuare prima durante e dopo una potenziale emergenza. Conoscenze queste che, oltre ad agevolare le operazioni di evacuazione e soccorso, possono fare la differenza tra la vita e la morte.

Fonte: Paola Salvati, Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, paola.salvati@irpi.cnr.it

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