Focus: Natale

La sete dell'abete

Albero di Natale
di Marina Landolfi

La crisi climatica mette a rischio anche il settore degli alberi di Natale. La siccità, assieme a temperature e carenza idrica, ne minaccia la produzione e determina l'aumento dei prezzi. Il fenomeno interessa varie regioni d'Italia, così come il territorio americano. A spiegarcelo è Ramona Magno dell'Istituto per la bioeconomia

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Il 2022 verrà ricordato come uno degli anni più secchi e caldi degli ultimi decenni. L’aumento di situazioni estreme, come le alte temperature raggiunte e la scarsità di precipitazioni, hanno portato a un vero problema di siccità, con conseguenze sull’equilibrio dell’ecosistema. Da oltre un anno, infatti, ne sono interessate non solo diverse regioni d’Italia, ma anche parte dell’Europa, la Cina, il Corno d’Africa e i Paesi del sud e del nord America. “In Italia, e in particolare al Nord e al Centro, la scarsità delle precipitazioni, anche nevose, degli ultimi 12 mesi e le temperature anomale registrate dall’inverno in avanti, con limitati periodi di ‘normalità’, hanno portato a un precoce e prolungato disseccamento dei suoli e hanno ridotto drasticamente la disponibilità della risorsa idrica sia superficiale che, a lungo andare, quella sotterranea in diverse regioni, dalla Valle d’Aosta al Friuli Venezia-Giulia”, afferma Ramona Magno dell’Istituto per la Bioeconomia (Ibe) del Cnr. “Anche in Nord America, dal 20 al 40% del territorio degli Stati Uniti è interessato da una siccità che dura da più di due anni, accompagnata da estati ‘bollenti’. Questo binomio di alte temperature estive e precipitazioni scarse determina innumerevoli impatti che riguardano sia attività antropiche, come l’agricoltura, l’allevamento, la produzione di energia elettrica e la distribuzione di acqua potabile, sia gli ecosistemi naturali”.

Questo intenso fenomeno influisce anche sulla produzione di abeti destinati a diventare alberi di Natale. A risentirne, i produttori del centro Italia, soprattutto del territorio del Casentino, in provincia di Arezzo, dalle cui piantagioni proviene una gran quantità di abeti rossi e bianchi ottenuti dalla coltivazione specializzata o dalla potatura delle punte degli alberi più alti. Il rischio di estinzione degli abeti in Italia è legato alla siccità, o meglio alla tropicalizzazione del clima, sempre meno adatto alle conifere. “Le condizioni climatiche estreme di questi mesi hanno colpito i produttori dell’Appennino centrale fra Marche, Umbria e Toscana, tra i maggiori distributori della penisola”, aggiunge la ricercatrice. “Hanno retto quegli abeti che vengono coltivati nei vivai di valle e quindi sono irrigati. Le perdite maggiori hanno interessato soprattutto gli esemplari più giovani appena piantati e quelli fino a 2-3 anni di età, che hanno un apparato radicale meno profondo che risente di più del disseccamento del terreno. Alcuni produttori, dove possibile, hanno cercato di far fronte alle avverse condizioni meteorologiche con irrigazioni di soccorso, ma in alcuni casi anche piante più grandi, coltivate ad esempio in zone più esposte al sole, hanno subito in tarda estate un disseccamento degli aghi e la morte degli apparati radicali. A conti fatti decine di migliaia di esemplari sono morti”. 

Per quest’anno la distribuzione degli alberi potrebbe proseguire "arginando" in parte le conseguenze della siccità. “A seconda delle dimensioni, un abete viene cresciuto dai 6 agli 8-10 anni prima di poter essere venduto, quindi la distribuzione per questo Natale potrebbe non risentire eccessivamente della siccità”, precisa la studiosa. “Il fatto che i danni abbiano interessato per lo più le piante più giovani potrebbe minare la produzione dei prossimi anni. Le piantine perse, che comunque comportano un danno economico, dovranno essere rimpiazzate fra fine inverno e la prossima primavera, e bisognerà sperare che non si ripeta un'ulteriore estate da record”.

Stati Uniti

Una situazione molto simile si sta verificando Oltreoceano. “Il nord America è alle prese con diversi anni siccitosi consecutivi e con estati sempre più lunghe e calde, in particolare negli Stati centro-occidentali (per le zone del sud-ovest si parla addirittura di ‘megadrought’, ovvero una siccità che persiste da oltre 10 anni), ma anche in alcuni Stati che si affacciano sull’Atlantico come Michigan e Wisconsin. Tali condizioni, combinate con gli innumerevoli ed estesi incendi, e il fatto che non molti coltivatori utilizzano sistemi d’irrigazione per compensare in parte l’assenza di piogge, sono i principali fattori che stanno determinando una riduzione delle forniture di abeti natalizi, a fronte comunque di una richiesta che continua a essere elevata, nonostante l’aumento dei prezzi e la ‘concorrenza’ degli alberi in plastica”, continua l’esperta. “Inoltre, se la concomitanza di siccità e prolungati periodi caldi sono una causa diretta della morte degli abeti, il perdurare per più di un anno di tali fenomeni indebolisce anche le piante più grandi, favorendo in certi casi l’instaurarsi di malattie e il diffondersi di attacchi parassitari, quali fattori di stress secondari che minano ulteriormente la sopravvivenza delle piantagioni e aumentano i costi per i trattamenti”.

Il cambiamento globale in atto da tempo e i sempre più frequenti eventi estremi segnano spesso un nuovo record. “La sfida è cercare delle soluzioni che possano ridurre l’impatto di questi fenomeni sul settore. Si va da metodi in grado di conservare l’umidità del suolo intorno alle piantine pur limitando il consumo di acqua, fra cui l’irrigazione a goccia o la pacciamatura, all’utilizzo di specie più tolleranti la siccità rispetto al tipico abete rosso (Picea abies), più diffuso e allevato sull’Appennino, o l’abete nobile (Abies procera), caratteristico albero natalizio in Nord America, all’uso della genomica per individuare i tratti legati alla crescita e all’adattamento ai cambiamenti climatici”, conclude  Magno.

Fonte: Ramona Magno, Istituto per la bioeconomia, e-mail: ramona.magno@ibe.cnr.it

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