Tatto: un senso dimenticato nell’era digitale
Gesti semplici, abbracci, carezze, massaggi, hanno un impatto profondo sul corpo e sulla mente, oggi sospesi tra tabù e necessità, tra paura del contatto e bisogno di connessione. “Toccare significa curare, comunicare, esistere”. Lo spiega Marta Paterlini, neurobiologa e giornalista scientifica, attualmente senior scientist presso il Karolinska Institutet di Stoccolma, nel saggio “La pelle che pensa” (Codice Edizioni). Un viaggio affascinante alla scoperta del tatto, un senso intimo e, paradossalmente, trascurato
Nel libro “La pelle che pensa” (Codice Edizioni), la neurobiologa Marta Paterlini indaga il tatto in tutte le sue dimensioni - filosofica, psicologica, socioculturale e biologica -, mostrando come sia il primo senso a svilupparsi nell’embrione, già a 8 settimane, e l’ultimo a svanire alla fine della vita. “Nonostante viva nell’ombra di sensi più celebrati, custodisce un potere primordiale: connettere le persone, influenzare l’etica, curare ferite invisibili”, scrive.
L’autrice racconta la riscoperta, da parte della scienza “dura”, del valore terapeutico del contatto, ripercorrendo la storia della medicina, che ha oscillato tra il tocco sacro e il distacco scientifico, considerandolo ora strumento di cura, ora di potere. Oggi, molti professionisti sostengono che la cura non possa prescindere dal contatto umano: l’esame fisico e il tocco non sono solo strumenti diagnostici, ma anche terapeutici. Un gesto di empatia, come il contatto diretto con il paziente, può infondere fiducia e creare una connessione che accompagna nel lungo viaggio verso la guarigione o, talvolta, verso la non guarigione. “In un mondo che si affida sempre più alla tecnologia, il tocco resta un fondamentale atto di umanità”.
Ma da dove nasce l’idea di dedicare un libro a un gesto così silenzioso eppure così potente? L’autrice racconta due episodi personali: la madre, divorata dai dolori delle metastasi, che trovava insopportabile il peso di un lenzuolo, ma pace nelle carezze gentili dei familiari; e la figlia, Sofia, che per un periodo ha rifuggito coccole e carezze, inghiottita dall’anoressia nervosa. “Il contatto fisico e la sua assenza hanno attirato la mia attenzione. Non ci avevo mai pensato prima. Il tatto è relazione, confidenza, violazione e prossimità; è il senso più umano e, allo stesso tempo, il più mistico. E, come dicono molti scienziati che lavorano sul tatto, viene dato per scontato, restando poco conosciuto”.
Così nel capitolo “Il tatto al microscopio” ci porta nel mondo delle fibre nervose che rendono possibile il senso del tatto: le fibre Aβ, veloci grazie alla guaina mielinica che le avvolge, ci permettono di percepire la forma degli oggetti, la loro consistenza, le vibrazioni che li attraversano. Le fibre FA sono sentinelle dei movimenti sulla pelle, mentre le SA ci fanno avvertire le pressioni statiche, come quella di una mano che si posa delicatamente sul braccio. Ma il tatto non è solo percezione fisica. Le fibre C, lente e prive di mielina, ci raccontano un’altra storia: quella delle emozioni. Sono loro a trasmettere il piacere di una carezza, il calore di un abbraccio, ma anche il dolore e la sensazione della temperatura. In queste fibre si nasconde il lato più intimo e profondo del contatto umano.
Il libro, però, non si ferma alla biologia. In altri capitoli, la narrazione si intreccia con la storia, la filosofia e la scienza. In “Tatto alle origini”, si torna indietro nel tempo, al pensiero antico: Ulisse, nell’Odissea, cerca invano di abbracciare l’ombra della madre, un gesto struggente che tenta di superare i confini della morte. Aristotele vede nel tatto il fondamento dell’empatia, mentre Platone lo considera un senso “inferiore”, distante dalla razionalità. Il capitolo “Tatto: le prime tracce dei suoi benefici” ci porta tra le radici antropologiche del tatto, esplorando come la stimolazione meccano-sensoriale abbia effetti positivi su una sorprendente varietà di organismi. Infine, “Tatto: evoluzione e saluti” ci accompagna in un viaggio etimologico: scopriamo che “abbraccio” deriva dal latino ad-bracchium, “verso il braccio”, mentre l’inglese hug affonda le sue radici nel medio inglese huggen, che significa “abbracciare” o “confortare”. Parole che raccontano gesti, e gesti che raccontano emozioni.
Un viaggio affascinante in un mondo che, complice la tecnologia, abbiamo in parte smarrito e che dovremmo riscoprire per il nostro benessere. “In fondo, ci sono abbracci che non dimenticheremo mai, perché a volte un abbraccio può salvarti la vita o almeno la giornata”, scrive l’autrice. “Io almeno la penso così. Ogni contatto, anche il più fugace, è un’opportunità per sentire, comunicare, esistere. Il tocco è più di un semplice gesto fisico: è un linguaggio che non ha bisogno di parole, una forma di comunicazione che risuona nel corpo e nell’anima, simbolo della nostra intimità e della nostra connessione con gli altri”.
Titolo: La pelle che pensa
Categoria: Saggi
Autore: Marta Paterlini
Editore: Codice Edizioni
Pagine: 288
Prezzo: 20.90