A scatola chiusa
In Iraq, un camionista statunitense viene seppellito vivo all’interno di una cassa da dove, armato di telefono, dovrà cercare disperatamente una via di salvezza. Questa è la trama di “Buried-Sepolto”, film del regista Rodrigo Cortés, che rappresenta visivamente e in forma estrema la claustrofobia, una paura che spiega Antonio Cerasa, neuroscienziato dell’Istituto di bioimmagini e sistemi biologici complessi del Cnr
Nel 2010 il regista spagnolo Rodrigo Cortés dirige Ryan Reynolds in "Buried-Sepolto", film nel quale l’attore canadese è di fatto l’unico interprete. La pellicola, vincitrice di tre premi Goya nel 2011 (sceneggiatura originale, montaggio e sonoro), è ambientata all’interno di una bara di legno sotterrata nel sottosuolo iracheno, dove il trasportatore Paul Conroy (Reynolds) si risveglia tumulato vivo, nella speranza che il governo Usa si convinca a pagare il riscatto richiesto dai sequestratori per la sua liberazione. Ma il tempo corre e Paul ha a disposizione un accendino per farsi luce e un telefono cellulare con il quale comunicare con l’esterno.
Un contesto che in alcune fasi di “Buried-Sepolto” raggiunge un climax emotivo che per alcuni può essere complicato da gestire, rendendone difficile la visione. “Un film come questo sfrutta il meccanismo della sepoltura e dell’intrappolamento per ingenerare un profondo stato di pathos negativo nello spettatore. Pur sapendo che si tratta di finzione, molti possono provare un disagio fisico reale e l’impulso ad allontanarsi dallo schermo. È un esempio potente di cos’è la claustrofobia, una paura intensa e sproporzionata degli spazi chiusi o percepiti come difficili da lasciare. Queste situazioni possono essere codificate dal cervello come minacce, perché richiamano tre aspetti evolutivamente sensibili:l’intrappolamento, il soffocamento e la perdita di controllo. Se il corpo entra in modalità allarme, con sudorazione, tachicardia e respiro corto, questi segnali possono essere interpretati dall’individuo come la prova che stia succedendo qualcosa di grave, alimentando un circolo vizioso che può trasformare l’ansia in panico”, spiega Antonio Cerasa, neuroscienziato dell’Istituto di bioimmagini e sistemi biologici complessi (Ibsbc) del Cnr.
La claustrofobia rientra nelle fobie specifiche - paure intense e sproporzionate rispetto a una situazione o a un oggetto - indipendentemente dalla presenza di un reale pericolo o di una minaccia, e può determinarsi per un insieme di fattori, in una combinazione di predisposizione e apprendimento. “Le fobie coinvolgono i circuiti cerebrali, in particolare l’amigdala e le reti che integrano percezione e memoria, che gestiscono la risposta di allarme, il cosiddetto Fight-Flight system. In alcune persone, la reattività ai segnali associati al respiro, come l’aumento di anidride carbonica o la sensazione della mancanza d’aria, sono più marcati e possono attivare rapidamente l’ansia. E l’associazione forte tra spazio chiuso e rischio a esso correlato può essere causata da esperienze pregresse o traumi, anche infantili: è una paura che può attivarsi anche al solo pensiero di un ascensore, una risonanza magnetica o una stanza senza finestre, a titolo d’esempio. Questa diventa un disturbo quando il soggetto reagisce intensamente al punto tale da evitare tali situazioni, qualsiasi esse siano, come un viaggio, una visita medica o il luogo dove si lavora. E con il tempo l’evitamento, che sul breve periodo può contribuire a ridurre l’ansia, rafforza il disagio perché non permette all’individuo di affrontare quelle situazioni per depotenziarne gli effetti negativi”, continua il neuroscienziato.
Un aspetto positivo è legato al fatto che è possibile trattare la claustrofobia attraverso la psicoterapia, riducendone spesso la portata. “Un indicatore della gravità del disturbo non è soltanto legato all’intensità della paura, ma anche e soprattutto alla capacità di limitare le scelte di vita di un individuo. In questo senso, un approccio efficace è quello della terapia cognitivo-comportamentale (Cbt), attraverso la quale si possono riconoscere e ristrutturare i pensieri catastrofici, modificando i comportamenti di evitamento. Una delle tecniche terapeutiche adottate è la desensibilizzazione sistematica, che attraverso l’esposizione graduale allo stimolo ansiogeno, associata a pratiche di rilassamento, può ridurre il carico di ansia. L’obiettivo è quello di recuperare la libertà, superando le paure o imparando a gestire l’ansia senza condizionamenti. Diversamente dall’intrappolamento messo in scena nel film, nella vita reale possono esistere vie d’uscita, anche quando lo spazio sembra chiudersi, impiegando strumenti e tempi d’intervento adeguati”, conclude Cerasa.