Cinescienza: Scienza in gioco

Rischiatutto

Il protagonista Sam Rothstein (Robert De Niro) in una scena del film
di Danilo Santelli

Il gestore di un casinò di Las Vegas, la sua compagna e il tirapiedi di un boss mafioso proprietario della struttura. Sono questi i protagonisti di “Casino’”, il lungometraggio del regista Martin Scorsese, che ha rappresentato la realtà di una certa parte del mondo delle scommesse negli Stati Uniti, rifacendosi alla storia di un personaggio realmente esistito. Quale sia invece la dimensione del gioco d’azzardo nel nostro Paese lo abbiamo chiesto a Sabrina Molinaro e Claudia Luppi, ricercatrici dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr, che da tempo analizzano i dati di questo preoccupante fenomeno

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Nel 1995 Martin Scorsese è nelle sale cinematografiche con “Casinò”, film che racconta le attività illecite legate ai casinò statunitensi negli anni Settanta e Ottanta del Ventesimo secolo. La trama è incentrata su Sam Rothstein (interpretato da Robert De Niro), al quale viene affidato il compito di amministrare un casinò situato a Las Vegas, il Tangiers. Il suo personaggio è ispirato alla figura reale di Frank Rosenthal, grande esperto di scommesse che in quegli stessi anni gestì il casinò Stardust, proprio a Las Vegas. Attorno a Rothstein-De Niro gravitano i personaggi di Ginger Mckenna (Sharon Stone), sua compagna di vita, e di Nicky Santoro (Joe Pesci), scagnozzo del boss Remo Gaggi, quest’ultimo proprietario del Tangiers.

Negli Stati Uniti, in quell’epoca, i casinò erano templi dell’azzardo, dove circolavano milioni di dollari, la maggior parte dei quali confluiva nelle tasche di chi era a capo di queste strutture. In particolare, Las Vegas era ed è, ora come allora, terreno d’elezione per chi attraverso l’azzardo ha realizzato un business altamente remunerativo in ambito gestionale, ma anche per coloro i quali ne hanno fatto una prospettiva di guadagno, evidentemente esiziale e illusoria, attraverso il gioco. E se si guarda all’altra parte dell’Atlantico, si può notare come in Italia il gioco d’azzardo sia in crescita, al punto tale che l’analisi dei dati di settore può destare preoccupazione.

“Attraverso i nostri studi abbiamo rilevato come stia aumentando il tempo e il denaro impiegati nel gioco e quale sia la partecipazione dei maggiorenni ai giochi d’azzardo, in presenza e on line. Quasi il 43% di questa popolazione ha giocato almeno una volta e oltre il 5%, ovvero circa 2 milioni e mezzo di persone, presenta condotte di gioco a rischio moderato o severo. Ma un campanello d’allarme suona anche per i ragazzi che frequentano le scuole superiori, perlopiù minorenni, visto che quasi un milione e mezzo di adolescenti ha già sperimentato l’azzardo e il 10% di questi presenta un ‘attitudine al gioco problematica, spesso associata al consumo eccessivo di alcol e all’utilizzo di droghe”, spiega Claudia Luppi, ricercatrice dell’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Cnr. “Laddove poi la dimensione relazionale con i genitori manchi di supporto emotivo, affetto e supervisione, sono proprio questi ultimi aspetti a configurarsi come elementi fondanti dei comportamenti a rischio in quella fascia d’età, contribuendo ad aumentarne la frequenza.  Nello specifico, i giovani del Centro e Sud Italia sono quelli che presentano i profili più fragili e risultano essere maggiormente esposti a questo tipo di rischi”.

Poster del film

Come detto, l’ambito del gioco d’azzardo è in costante aumento e negli ultimi anni ha sfruttato la leva della pandemia per aumentare i propri numeri, seppure l’indotto del settore presenti una curva di crescita già da prima del Covid. “Negli ultimi 25 anni abbiamo assistito a un cambiamento profondo e strutturale nella propensione al gioco d’azzardo, sia dal punto di vista quantitativo, con un aumento significativo della partecipazione, ma anche qualitativo, con una trasformazione radicale nelle modalità di accesso e fruizione, supportata dalla diffusione degli strumenti digitali, che hanno reso il gioco più facile e rapido da realizzare. Oggi, il gioco d’azzardo è più diffuso, ma molto diverso rispetto al passato: è individuale, meno visibile socialmente a causa della fruizione digitale, e proprio per questo più difficile da monitorare”, prosegue Sabrina Molinaro, ricercatrice del Cnr-Ifc. “Questa crescita è stata accompagnata da innovazioni tecnologiche che hanno moltiplicato le occasioni di gioco on line e da politiche orientate a una maggiore regolamentazione del settore da parte dello Stato, con l’obiettivo di contrastare il gioco illegale e aumentare gli introiti per le casse pubbliche. In questo solco, il periodo del lockdown ha rappresentato un vero e proprio esperimento sociale: per la prima volta, la possibilità di accedere fisicamente ai luoghi deputati al gioco d’azzardo è stata drasticamente ridotta, malgrado alcune forme di gioco fisico siano rimaste disponibili, come i ‘gratta e vinci’ nelle tabaccherie e le lotterie. Questo contesto fisicamente restrittivo ha favorito l’esplosione del gioco online, che era già in aumento, ma che la pandemia ha accelerato e reso più evidente”.

Interessante è l’identikit della persona con “disturbo da gioco d’azzardo”, che presenta tratti identificativi nei quali si possono ritrovare i fattori di rischio maggiormente rilevanti. “L’individuo che soffre di questo disturbo non riesce a controllare l’impulso che lo spinge a giocare, nonostante le perdite e le conseguenze negative, non soltanto dal punto di vista economico ma anche psicologico e relazionale. E spesso sono proprio le condizioni reddituali e patrimoniali fragili a incidere sulla propensione al rischio, aumentandola. Nel giocatore problematico si possono ritrovare alcune caratteristiche ricorrenti: di norma è un uomo al di sotto dei 50 anni, single o convivente senza figli, con istruzione di livello medio ed economicamente vulnerabile. Opera prevalentemente on line, anche se registriamo una frequentazione assidua dei luoghi dedicati al gioco, come le sale scommesse e Bingo: questo dato è importante perché rappresenta la dimensione ambientale e sociale correlata al disturbo, che può contribuire al mantenimento o all’aggravamento della dipendenza”, continua Luppi.

Molto importante è riconoscere i segnali del disturbo in maniera tempestiva e assicurarsi che il soggetto patologico non venga marginalizzato né biasimato, ma supportato nella risoluzione della problematica, in primis dai familiari e dagli affetti più stretti. “È interessante notare come il termine ludopatia, utilizzato abitualmente per descrivere questo disagio, non sia la parola più appropriata per descrivere la situazione clinica. L’espressione più pertinente è proprio ‘disturbo da gioco d’azzardo’, che definisce una condizione di dipendenza comportamentale, e che come tale va trattata e curata. Chi soffre di questo disturbo può e deve chiedere aiuto, evitando l’isolamento e l’autocolpevolizzazione. In questo senso, per affrontare il fenomeno del gioco d’azzardo in modo efficace, servono servizi di supporto capaci di prendersi cura della persona nella sua complessità, attraverso un approccio integrato che consideri la dimensione psicologica, sociale, culturale ed economica della questione. Come fondamentale è avere un monitoraggio costante dei dati, una fotografia sempre aggiornata che consenta agli studiosi di analizzare la progressione e la portata di questo fenomeno nel tempo. In conclusione, il contrasto al gioco d’azzardo richiede una visione ampia, sistemica e lungimirante. Non si tratta soltanto di arginare una condotta rischiosa, ma anche di costruire contesti sociali, culturali ed economici che possano rappresentare una deterrenza al gioco. È una sfida che non riguarda soltanto la salute delle persone, ma che abbraccia anche la giustizia e l’equità sociale”, conclude Molinaro.

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