Faccia a faccia

L'italiano, dal volgare alla contemporaneità

Il linguista Luca Serianni
di Rita Bugliosi

Professore emerito di Storia della lingua italiana all'Università “Sapienza” di Roma, Luca Serianni è socio nazionale dell'Accademia dei Lincei e della Crusca, dal 2010 vicepresidente della Società Dante Alighieri e dal 2017 svolge il ruolo di consulente del ministero dell'Istruzione per l'apprendimento della lingua italiana. Tra i più autorevoli studiosi di Dante, lo abbiamo incontrato per parlare con lui del Sommo Poeta e, più in generale, dello stato della lingua italiana

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Luca Serianni è stato professore incaricato di Storia della lingua italiana presso le Università di Siena, L'Aquila e Messina per poi diventare ordinario presso la Sapienza Università di Roma, di cui è professore emerito. Dopo numerose pubblicazioni sulle parlate toscane, ha incentrato le sue ricerche sulla grammatica e sui linguaggi settoriali. È considerato uno dei più attendibili e influenti studiosi della lingua italiana, è socio dell'Accademia della Crusca e dell'Accademia Nazionale dei Lincei, direttore delle riviste “Studi linguistici italiani” e “Studi di lessicografia italiana” e, dal 2010, vicepresidente della Società Dante Alighieri. Nel 2017 è stato nominato, inoltre, consulente del ministero dell'Istruzione per l'apprendimento della lingua italiana. Numerose le sue pubblicazioni, tra le più recenti “Storia illustrata della lingua italiana (con Lucilla Pizzoli, 2017, Carocci), “Per l'italiano di ieri e di oggi” (2018, Il Mulino) e “Il sentimento della lingua. Conversazione con Giuseppe Antonelli” (2019, Il Mulino). È tra i più autorevoli conoscitori di Dante Alighieri: lo intervistiamo alle soglie delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta.

Possiamo immaginare che, anche in veste di vice presidente della Società Dante Alighieri, avrà l'agenda del 2021 piena di eventi e appuntamenti. Cosa rende Dante così attuale, al di là di questa ricorrenza?

La capacità di trascendere i tempi e i luoghi della sua rappresentazione - la Firenze medievale e le persone e gli ideali che ne segnarono l'esistenza - e di dar vita a un'opera universale, amata e tradotta in moltissime lingue del mondo. Nessun autore italiano ha mai raggiunto questa presenza globale. Pensiamo non solo alla statura artistica e al valore simbolico di personaggi come Francesca da Rimini e Ulisse, ma anche alla sfida, nella terza cantica, di rappresentare la sconfinata beatitudine dei buoni e addirittura la finale visione di Dio.

Quali sono le principali novità linguistiche che caratterizzano la Divina Commedia?

È la prima opera scritta in volgare italiano che dia conto della complessità del mondo e degli esseri umani. Dante dà spazio alle modalità del dialogo, dalla preghiera all'argomentazione filosofica, nelle parti dottrinali del “Paradiso”, fino all'invettiva: anche il “Paradiso” è segnato da vivaci invettive contro la corruzione del papato. Il tutto attingendo dalle risorse di una lingua giovane quanto a documentazione letteraria, appena un secolo di storia, e conferendole la propria impronta. Secondo Tullio De Mauro alla fine del Trecento, proprio grazie all'influsso di Dante, il nostro “vocabolario fondamentale” era costituito al 90%. Teniamo conto inoltre, sul versante della lingua letteraria, del ricorso all'invenzione di un nuovo metro, la “terzina dantesca”, e alla figuralità, a partire dalle similitudini, alcune di origine classica, moltissime frutto della sua fantasia.

I contemporanei ritenevano il volgare una lingua “bassa”, rispetto al latino; per quali ragioni Dante lo scelse?

In un primo momento, nel “Convivio”, Dante considera più nobile il latino che per lui, come per gli uomini del suo tempo, non era una lingua parlata anticamente, ma una lingua d'arte, creata per la comunicazione intellettuale. Poi, nel “De vulgari eloquentia”, considera più nobile il volgare, perché direttamente fondato sulla natura e quindi più vicino a Dio. Sulla base di un documento di controversa interpretazione, la lettera a Ilaro, trasmessaci da Boccaccio, c'è chi ritiene che Dante avesse inizialmente pensato di scrivere la “Commedia” in latino, poi ripiegando sul volgare, anche per ovviare alla scarsa considerazione in cui i signori tenevano le opere scritte in latino. Riesce difficile crederlo: in ogni caso, quando Dante cominciò a scrivere il poema, qualche anno dopo l'esilio, non dovette avere più dubbi sulla sua sfida linguistica e riuscì a portarla a termine pochi mesi prima della morte.

Il linguista Luca Serianni

Nel mondo di oggi si registra un'egemonia evidente della lingua inglese. Se guardiamo solo alla pandemia da Coronavirus, si parla di “lockdown”, “contact tracing”, “cluster”, “smart working”. Perché, anche nel quotidiano, preferiamo servirci di anglicismi, pur esistendo equivalenti espressioni italiane?

L'italiano, come lo ha definito Francesco Bruni, è stata una “lingua senza impero”, a differenza di altre grandi lingue, diffusesi per il primato politico o latamente culturale, come avviene oggi per l'angloamericano. Ciò non toglie che tra secondo Cinquecento e Settecento abbia goduto di prestigio nella cultura europea: anche Elisabetta I lo usava in alcune sue lettere rivolte a interlocutori non italofoni. La scarsa resistenza di fronte agli anglicismi correnti è indubbia e spicca, in confronto alla reattività di francese e spagnolo: noi diciamo “lockdown”, ma i nostri cugini d'oltralpe usano “confinement” e “confinamiento”. In altri casi il sostituto italiano si affaccia nell'uso, ma è minoritario: tracciamento, focolaio, lavoro a distanza o agile esistono e hanno il vantaggio di essere più immediatamente trasparenti rispetto ai corrispettivi inglesi. Molto dipende dall'uso della grande comunicazione: uomini politici, noti giornalisti, personaggi televisivi che in varia misura indulgono, talvolta per una forma di provincialismo, alla diffusione di anglicismi.

A parte questo, nell'uso dell'italiano si registra tra i parlanti un impoverimento terminologico. A cosa attribuire questo depauperamento del vocabolario?

È un depauperamento più apparente che reale. Il linguaggio parlato è da sempre più povero di quello scritto: con poco più di duemila parole diciamo quasi tutto quello che ci serve. E oggi il parlato, finalmente patrimonio di tutti i cittadini italiani - non più esclusivamente dialettofoni - deborda ampiamente: pensiamo solo alla televisione. Ma chi scrive un saggio o un editoriale lo fa tuttora ricorrendo a un lessico articolato e strutturato sintatticamente. Il problema è rendere sempre più persone, e penso in particolare agli studenti, partecipi di questo patrimonio, che riguarda le strutture linguistiche, ma anche il modo di organizzare il proprio pensiero.

Anche la scienza ha un linguaggio specifico, abbondante di tecnicismi e termini comprensibili solo agli addetti ai lavori…

Certamente: quello scientifico è un linguaggio con caratteristiche proprie, specialmente ma non esclusivamente nel lessico. Va detto però che ancora regge bene il linguaggio medico italiano, mentre in altri settori, dalla matematica alla chimica all'informatica, ormai la lingua di comunicazione settoriale è l'inglese.

Che ruolo ha la scienza nell'opera di Dante?

Ha un ruolo fondamentale anche perché, nell'orizzonte medievale, la scienza non era una branca distinta dal sapere e non era certo in contrasto con la fede. È nota l'importanza dell'astronomia nella “Commedia”; ma pensiamo anche a quelle che oggi si chiamerebbero “Scienze della vita”: Dante mette in bocca a Stazio, nel canto XXV del Purgatorio, una vera e propria lezione sulla generazione dell'uomo, con relativa terminologia tecnica.

Lei, invece, che rapporto ha con la ricerca scientifica?

Desidero precisare che anch'io, come tutti gli studiosi, quale che sia la loro branca, faccio “ricerca scientifica”: formulo delle ipotesi e le verifico in base al metodo sperimentale. Quanto alle scienze dure, guardo da lontano, con ammirazione ma incompetenza, matematica e fisica, mentre sono più sensibile, e un po' meno ignorante, in fatto di biologia e specie di medicina.

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