Impronte rupestri: un racconto lungo 40.000 anni
Dalle grotte europee al Sahara, dalle Americhe all’Australia, le impronte di mani raccontano una delle più antiche forme di autorappresentazione umana. Con Giulio Lucarini dell’Istituto di scienze del patrimonio culturale del Cnr esploriamo il significato, i rituali e i misteri di un gesto che attraversa continenti e millenni
Cantabria spagnola, Gargano, Pirenei francesi, deserto del Sahara, Patagonia argentina, Borneo indonesiano, Australia settentrionale. Luoghi distanti, lontani tra loro talvolta migliaia di chilometri, uniti da un segno, un segno affascinante, di una storia antica e universale. Per provare a raccontarla abbiamo chiesto aiuto a Giulio Lucarini, primo ricercatore presso l’Istituto di scienze del patrimonio culturale (Ispc) del Cnr e docente di Preistoria e Protostoria all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”.
Per capire di che storia stiamo parlando dobbiamo scendere a un livello di dettaglio maggiore, e citare perciò la grotta di El Castillo, grotta Paglicci, le grotte di Gargas, il Gilf Kebir, la Cueva de las Manos, la grotta di Lubang Jeriji Saléh, l’Ubirr. Sono tutti siti archeologici, accomunati dallo stesso segno: impronte di mani, tra i motivi più diffusi e riconoscibili dell’arte rupestre, come spiega Lucarini: “La pratica di segnare le pareti con impronte di mani attraversa i continenti e i millenni, dalle grotte europee e asiatiche datate ad almeno 40.000 anni fa - con un caso che raggiunge i 67.000 anni -, fino alle attestazioni più tarde in Africa, Sudamerica e Australia. Le affinità tecniche e formali tra le varie impronte di mani suggeriscono un linguaggio condiviso su scala globale, una delle più antiche forme di autorappresentazione collettiva. In molti casi, si tratta di impronte negative, ottenute mediante soffiatura del pigmento intorno alla mano appoggiata alla parete; in altri casi sono impronte positive, prodotte con pigmento o argilla direttamente applicati. Analisi biometriche e morfometriche hanno inoltre mostrato che molte mani appartenevano a donne e adolescenti, evidenziando una partecipazione ampia e non gerarchica alla produzione delle immagini”
Cerchiamo di capire che senso aveva, per i nostri progenitori, segnare così le pareti delle grotte. “L’impronta della mano può essere interpretata come un segno identitario e rituale, un’affermazione di presenza o di appartenenza a un gruppo. La scelta di collocare queste immagini in luoghi remoti o difficilmente accessibili suggerisce un contesto cerimoniale o iniziatico, in cui il gesto acquisiva un significato condiviso”, continua il ricercatore. “A questo si aggiunge il valore liminale delle pareti rocciose: superfici percepite come soglie, punti di contatto fra il mondo quotidiano e una dimensione altra. Lasciare la propria mano su quella ‘pelle’ minerale equivaleva forse a un attraversamento simbolico, a un modo per entrare in relazione con forze o presenze invisibili. È proprio questa ricchezza di significati, maturata attraverso pratiche ripetute nel tempo, che permette di inserire le impronte di mano in una storia più ampia della nostra specie. Come mostrano le ricerche di Francesco d’Errico, la capacità simbolica di Homo sapiens è già evidente nella Middle Stone Age africana: tra 160.000 e 100.000 anni fa, in vari siti sudafricani, l’ocra rossa fu impiegata non solo come pigmento funzionale, ma anche con valenze rituali, probabilmente legate al corpo e ai suoi significati sociali”.
Attività laboratoriale condotta da Sara Guarino nell’ambito del corso di Preistoria e Protostoria dell’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”
Anche la presenza, in vari contesti, di impronte con dita mancanti aggiunge ulteriori livelli di complessità. Non è chiaro se si trattasse di dita ripiegate durante la soffiatura, di convenzioni gestuali codificate o di veri e propri segnali rituali. In ogni caso, queste anomalie suggeriscono che l’atto non fosse solo un gesto spontaneo, ma una pratica governata da regole sociali o simboliche oggi difficili da decifrare. “Le impronte di mani appaiono come parte di una lunga traiettoria cognitiva: un segno della volontà di lasciare traccia di sé nello spazio e nel tempo, di affermare un’identità individuale e collettiva proiettata oltre l’istante del gesto”, precisa l’esperto.
Un luogo molto ricco se si cercano impronte di mani è l’Egitto, dove Giulio Lucarini è stato per numerose campagne di ricerca. L’ultima a Farafra, nel Deserto occidentale egiziano, da dove è tornato da poco. “A Farafra, troviamo le mani dipinte in negativo nella grotta di Wadi el Obeiyd, scoperta da Barbara Barich agli inizi degli anni Novanta. Si tratta di uno dei complessi iconografici più significativi del Deserto occidentale, in cui le impronte di mani convivono con figure animali incise e motivi geometrici. La grotta, che si apre sul fianco di uno sperone del plateau calcareo, sottolinea il ruolo identitario di queste rappresentazioni, che sembrano segnare luoghi dotati di particolare valore simbolico. A queste scoperte si è recentemente aggiunto un nuovo riparo, noto come ‘Arco delle barche’, dove incisioni tardo-preistoriche raffigurano imbarcazioni e animali. Questi siti restituiscono preziose informazioni sull’immaginario e sul repertorio artistico delle comunità di Farafra in una fase in cui il progressivo inaridimento del Sahara le spinse a spostarsi verso la Valle del Nilo”, chiarisce Lucarini.
Ma l’Egitto tutto è ricco di testimonianze di arte rupestre. Un altro luogo dove Lucarini ha condotto ricerche è il Gilf Kebir, dove le impronte sono veramente “varie”, come sottolinea lui stesso: “Il Gilf Kebir e il vicino Jebel Uweinat formano uno dei più estesi complessi di arte rupestre del Sahara orientale. I loro ripari e cavità naturali presentano un repertorio variegato, composto da figure umane, animali, motivi geometrici e numerose impronte di mani. Tra i siti più significativi del Gilf Kebir, va sicuramente citata la cosiddetta Grotta delle bestie (Wadi Sura II). Oltre alle mani, si osservano impronte di piedi, avambracci e mani di piccole dimensioni. Queste ultime, solitamente interpretate come mani di bambini, sono state recentemente riesaminate dall’archeologa Emmanuelle Honoré che, grazie a un’analisi morfometrica, ha proposto che possano trattarsi di impronte di zampe di rettili, probabilmente varani del deserto. Se corretta, questa ipotesi aprirebbe a una dimensione simbolica in cui i confini tra umano e animale risultano permeabili”.
Ma esiste una “cappella Sistina” delle impronte di mano? Lucarini non nasconde un certo disappunto, osservando che definizioni del genere, per quanto evocative, finiscono per sovrapporre modelli estetici occidentali a tradizioni che hanno significati, contesti e logiche proprie. Ciononostante, sottolinea: “Alcuni siti sono particolarmente rappresentativi per quantità, qualità e complessità delle immagini. In Europa, ad esempio, El Castillo e Chauvet offrono testimonianze di straordinaria antichità; in Asia, Lubang Jeriji Saléh e alcune grotte del Sulawesi documentano alcune delle più antiche raffigurazioni figurative al mondo; in Australia, Ubirr e altri siti testimoniano una continuità culturale millenaria, tuttora viva nelle comunità aborigene. Nel Sahara orientale, la Grotta delle Bestie del Gilf Kebir, con circa ottomila figure, può essere considerata una delle più spettacolari gallerie d’arte preistorica conosciute, un luogo in cui arte, ambiente e spiritualità si intrecciano in una visione cosmologica complessa. In realtà, la ’Cappella Sistina dell’arte rupestre’, se proprio si vuole usare questa definizione, non è un singolo luogo, ma la rete di siti che, su scala globale, documentano l’evoluzione del pensiero simbolico. Ogni mano impressa sulla roccia è un frammento di una biografia collettiva che ci accomuna e che attraversa continenti e millenni”.
L’impronta è un archetipo antropologico fondamentale. È il segno del contatto tra corpo e mondo, un gesto di memoria e di presenza. “Nel corso del Novecento, numerosi artisti ne hanno riscoperto la forza originaria: Hidetoshi Nagasawa, in ‘Oro di Ofir’, ha trasformato l’impronta in un segno di trascendenza e ricerca spirituale; Richard Long, con ‘Mud Finger Piece’, ha utilizzato le dita immerse nel fango in un dialogo diretto con la natura, risemantizzando un gesto arcaico. Jago, con ‘Impronta animale’, ha reinterpretato il tema come metafora della memoria biologica e culturale, rivelando la continuità profonda tra passato remoto e sensibilità contemporanea. Il gesto sopravvive perché risponde a un bisogno universale: lasciare traccia di sé, affermare la propria esistenza, costruire un ponte tra individuo e collettività”, conclude l’esperto.
Come nelle grotte preistoriche, anche oggi l’impronta permette di fissare l’effimero e di dichiarare la propria presenza nel tempo.
Fonte: Giulio Lucarini, Istituto di scienze del patrimonio culturale, giulio.lucarini@cnr.it
La foto vicino al titolo rappresenta impronte di mani dipinte con la tecnica a stencil (Gilf Kebir, Egitto), foto di Maria Cristina Tomassetti