Saggi

Scrollo e mi perdo nel mondo virtuale, perché?

Copertina del libro Sommersi
di Patrizio Mignano

Viviamo immersi in un flusso continuo di contenuti veri o falsi, dove la distinzione tra vita reale e vita digitale si è ormai dissolta. Passiamo ore davanti agli schermi, scrollando, leggendo, reagendo, come se cercassimo un margine di libertà in un meccanismo che ci trascina senza sosta. Ma cosa ci spinge davvero a restare connessi? E perché le notizie più scioccanti, drammatiche o incredibili sembrano avere sempre la meglio? Mattia Marangon, co-fondatore di Ugolize e divulgatore, ne parla nel libro "Sommersi" (Apogeo)

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In “Sommersi” (Apogeo), Mattia Marangon fa un’analisi dettagliata del mondo digitale, che decide cosa vediamo e cosa ignoriamo. Poi analizza alcuni aspetti legati al nostro ragionamento e alla mente, con i suoi bias e le scorciatoie cognitive che ci rendono vulnerabili. Il cuore del percorso è dedicato ai fenomeni sociali, quelli che plasmano il nostro modo di percepire il mondo online. Infine, si arriva ai rimedi: strumenti pratici e riflessioni per diventare utenti e fruitori più consapevoli del mondo digitale.

“Ero ossessionato. Volevo capire cosa mi succedesse ogni volta che aprivo un social network. Non poteva rimanere un pensiero confuso. A metà 2023 ho iniziato a scrivere ogni settimana attraverso la mia newsletter Edamame, scavando tra fenomeni digitali, psicologia, eventi politici, algoritmi e culture online. C’era sempre una domanda ad accompagnare ogni riga: cosa ci sta accadendo davvero?”

Abbiamo l’illusione di scegliere i contenuti che visualizziamo sui social o in rete, ma il feed (flusso dei contenuti) è costruito su misura per noi, per mostrarci ciò che ci farà consumare più tempo. Così l’algoritmo diventa il nostro mondo, un ecosistema chiuso dove non siamo più esploratori, ma spettatori. Ma cos’è davvero un algoritmo? Non è magia, ma una sequenza di istruzioni che porta a un risultato. “Come una ricetta per la torta di mele, una serie di passaggi che conducono a un obiettivo definito”, spiega l’autore. Google, ad esempio, usa algoritmi per mostrarci risultati pertinenti. Ma sui social, le regole cambiano: l’obiettivo è trattenerci, non informarci. Ecco perché le notizie false, drammatiche, scioccanti funzionano meglio. “L’algoritmo non si chiede se siano vere o false, a lui basta che funzionino. Se ti arrabbi, commenti di più, condividi e resti connesso. Risultato? Più pubblicità".

All’inizio sembra tutto perfetto: contenuti pertinenti, ordine, meno caos. Ma è un inganno sottile. Ci abituiamo a desiderare solo ciò che già conosciamo. “È una transizione graduale, silenziosa, affilata, pericolosa”. E ci ritroviamo immersi in un lago che riflette solo i nostri gusti e convinzioni. “Un luogo costruito su misura ma senza finestre”.

Cosa ci rende così vulnerabili? Qui l’autore ci porta nel mondo dei bias cognitivi, niente di trascendentale ma solo “scherzi della mente”, scorciatoie mentali o soluzioni facili a questioni complesse.  Quando entriamo sui social, difficilmente ci chiediamo perché vediamo proprio quei contenuti, in quell’ordine, con quella frequenza. Ci limitiamo a scorrere, leggere, reagire. Non ci accorgiamo che like, condivisioni, commenti, pause, ogni nostra interazione viene registrata dalla piattaforma social affinché sappia cosa mostrarci dopo. Non è opera dei poteri forti, è semplicemente il modo in cui funzionano le piattaforme, come abbiamo visto sopra. Ed è proprio quando i social ci magnetizzano e ci trattengono con contenuti perfetti per i nostri gusti che entrano in gioco i bias: per riuscirci, infatti, gli algoritmi devono imparare come pensiamo. Funzioniamo attraverso schemi mentali veloci, reattivi, orientati a ridurre la complessità.

Marangon fa anche un’analisi sociale: il digitale non è più una dimensione separata dalla vita reale, non è un “altrove”, è l’ambiente in cui ci muoviamo ogni giorno, spesso senza nemmeno dargli tanto peso. E tutto ciò che abbiamo raccontato finora ha un impatto diretto su come pensiamo, su come ci relazioniamo, su come prendiamo decisioni, andando a influenzare profondamente non solo le nostre abitudini personali, ma anche i rapporti sociali, le dinamiche politiche, il nostro modo di stare al mondo. Introduce l’infobesità e l’overload informativo, due parole simili, ma con sfumature diverse. L’infobesità non è altro che l’estrema quantità di informazioni che riceviamo quotidianamente, anche quando non le cerchiamo; overload è invece la condizione cognitiva che ne deriva: è un’intossicazione mentale, un affaticamento continuo che rende meno capaci di valutare e di scegliere.

E ancora, cosa succede quando ci si affida all’influencer come notiziario? A differenza di chi fa giornalismo, creator e influencer operano senza redazione, senza codice deontologico, senza una direzione editoriale che orienta il bilanciamento delle informazioni. Il loro obiettivo principale, per quanto possa coincidere talvolta con il desiderio di informare, è mantenere alta l’attenzione del pubblico e rafforzare il legame da cui dipende la loro visibilità e gli introiti. Non è grave che l’influencer voglia dare la sua opinione su un fatto di cronaca, ma inizia a essere un problema se la sua opinione viene percepita come l’unica versione rilevante o, peggio, come se fosse il fatto stesso. In un ambiente in cui l’engagement è premiato più dell’accuratezza, si rischia che il racconto sia guidato più dai contenuti capaci di suscitare reazioni emotive che da quelli fedeli alla realtà.

Potremmo dire tanto altro su questo mondo, ma concludiamo dicendo che, nonostante questa ingegneria sofisticata, un margine di scelta resta sempre. È vero, siamo osservati, ma possiamo scegliere cosa mostrare, possiamo decidere di non offrire ogni pezzo di noi, di non trasformare ogni emozione in un dato, di non regalare al sistema ogni secondo della nostra attenzione. Non è un potere totale, ma è un potere reale che possiamo esercitare ogni giorno.

Titolo: Sommersi
Categoria: Saggi
Autore: Mattia Marangon
Editore: Apogeo
Pagine: 180
Prezzo: 20.00