Saggi: Riparare

Quando la tecnologia si fa cura

Copertina del libro Possiamo (Ri)costruirlo
di Patrizio Mignano

Viviamo in un’epoca in cui l’essere umano può dialogare con la tecnologia utilizzando direttamente il pensiero e senza la necessità di parlare o compiere gesti. Grazie alle interfacce neurali, le neuroprotesi e i dispositivi impiantabili, ci prepariamo a trasformare profondamente il modo in cui intendiamo la medicina e, in particolare, la riabilitazione. In questo scenario si colloca il lavoro di Silvestro Micera, professore ordinario di Bioelettronica alla Scuola Superiore Sant’Anna, che nel suo libro “Possiamo (Ri)costruirlo” (Apogeo), descrive come oggi sia possibile integrare tecnologia e corpo umano in forme che, fino a poco tempo fa, sembravano impensabili

 

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La possibilità di un’integrazione profonda tra tecnologia e corpo umano non è più solo un’ipotesi e non si tratta più solo di protesi all’avanguardia o di dispositivi di supporto, come evidenzia Silvestro Micera, professore ordinario di Bioelettronica alla Scuola Superiore Sant’Anna nel libro “Possiamo (Ri)costruirlo” (Apogeo). Il gruppo di ricerca guidato da Micera sta infatti sviluppando tecnologie capaci di ripristinare funzioni motorie e sensoriali in persone con disabilità. Le sue ricerche mostrano che la collaborazione tra cervello e macchina può restituire il senso del tatto a chi ha perso una mano, consentire a persone con lesioni midollari di controllare arti artificiali tramite il pensiero e persino contribuire a recuperare la capacità di camminare o mantenere l’equilibrio.

Nella prefazione del volume, Antonella Viola, biologa e divulgatrice scientifica, scrive: “Negli ultimi secoli, la medicina si è concentrata sul riparare il corpo attraverso farmaci, interventi chirurgici, riabilitazione. Ora, con le interfacce neurali e le neuroprotesi, stiamo entrando in un nuovo paradigma: la fusione tra biologia e tecnologia. Un cambiamento che non porta solo a una maggiore autonomia, ma apre anche nuove vie di comunicazione, lavoro e partecipazione sociale, possibilità che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate irrealistiche”.

Un caso emblematico, affrontato nel secondo capitolo dell’opera, è quello delle persone con paralisi. “La soluzione riabilitativa ideale per le persone affette da paralisi, in particolare quelle causate da lesioni del midollo spinale, mira a eliminare completamente l’impatto della lesione. Questo consentirebbe ai pazienti di controllare agevolmente i loro arti paralizzati e percepirli come una parte naturale del corpo”, scrive l’autore, che aggiunge: “Raggiungere questo obiettivo rappresenterebbe un salto monumentale nelle capacità mediche e tecnologiche, migliorando profondamente la qualità della vita di coloro che sono affetti da paralisi. Sebbene questa visione sia ancora al di là delle attuali possibilità tecnologiche, la ricerca in corso ci sta avvicinando costantemente a renderla una realtà”.

E in questa direzione, due tecnologie emergenti meritano particolare attenzione: da un lato le interfacce cervello‑computer bidirezionali (BBCI), che permettono uno scambio di informazioni in entrambe le direzioni: il cervello controlla cursori o arti robotici, mentre questi ultimi restituiscono sensazioni tattili. Il feedback sensoriale aiuta il cervello a riadattarsi, rendendo i movimenti più precisi e naturali. Dall’altro, le interfacce cervello‑corpo (BBI), che invece puntano a ristabilire il controllo del cervello sugli arti paralizzati, sfruttando la plasticità neurale per riattivare vie nervose compromesse. Si tratta quindi di un approccio più integrato, orientato alla riabilitazione del corpo stesso.

Un altro esempio riportato nel testo è quello della “decodifica cerebrale”, che coinvolge l’interpretazione dei segnali neurali per dedurre intenzioni cognitive o motorie. “Le tecniche invasive, come le matrici di microelettrodi intracorticali, prevedono l’impianto chirurgico di elettrodi direttamente nel tessuto cerebrale. Questo metodo offre un’alta risoluzione spaziale e temporale, consentendo una registrazione precisa dell’attività neurale. Un esempio degno di nota è il sistema BrainGate, che ha permesso a persone con gravi disabilità motorie di controllare arti robotici o cursori del computer tramite il solo pensiero”.

E ancora, il quinto capitolo esplora in modo approfondito le soluzioni attualmente disponibili e le prospettive future legate allo sviluppo di neurotecnologie per il recupero delle funzioni visive e uditive analizzando come la ricerca scientifica, attraverso un dialogo costante tra neuroscienze e ingegneria, abbia portato alla realizzazione di dispositivi e approcci innovativi in grado di restituire, almeno in parte, la capacità di vedere e di sentire a persone affette da gravi disabilità sensoriali. “Partendo dalle tecnologie già consolidate, come gli impianti cocleari, che hanno trasformato radicalmente la vita di molti pazienti con sordità profonda, e le protesi retiniche, che rappresentano una delle frontiere più promettenti per la riabilitazione visiva”.

Rispetto a tematiche così importanti e delicate, Micera affronta poi una serie di domande cruciali: chi potrà accedere a queste innovazioni? Con quali garanzie di sicurezza? E, soprattutto, chi controllerà i dati generati da tali dispositivi? Le neuroprotesi e le interfacce neurali potrebbero migliorare radicalmente la vita di milioni di persone con disabilità, ma se questi strumenti fossero disponibili solo per chi può permetterseli, rischieremmo di creare una società in cui la disabilità diventa un limite solo per chi appartiene alle fasce meno abbienti.

L’autore invita perciò a una riflessione profonda: se vogliamo che queste tecnologie rappresentino un beneficio per l’intera umanità e non per una ristretta élite è necessario sin da subito elaborare modelli di accesso equi, definire regolamentazioni etiche e lavorare per ridurre i costi. Scrive infatti: “L’inclusione delle neuroprotesi nei sistemi sanitari pubblici, lo sviluppo di versioni open-source e politiche per evitare monopoli tecnologici sono solo alcuni dei passi necessari affinché il progresso non crei nuove forme di disuguaglianza. Le tecnologie rivoluzionarie sono quelle che migliorano la vita di tutti, non solo di chi può permettersele”.

Per ultimo apre a grandi interrogativi etici sul futuro. Cosa accadrà quando non ci limiteremo più a riabilitare, ma inizieremo a potenziare l’essere umano? Rischiamo di creare un’élite di individui “migliorati” rispetto al resto della popolazione? Oggi la tecnologia ci permette di curare, ma domani potrebbe essere usata per superare i limiti della biologia: aumentare la memoria, velocizzare i processi cognitivi, modulare l’umore attraverso impulsi elettrici. Sarebbe un progresso o un pericolo? Se oggi il cervello può impartire comandi a una macchina, domani potrebbe essere la macchina a modificare l’attività cerebrale. Gli impulsi elettrici potrebbero correggere deficit, ma anche influenzare emozioni, decisioni, personalità. Dove si colloca il confine tra terapia e manipolazione? Secondo l’autore, queste domande non possono essere lasciate solo agli scienziati o ai legislatori: “devono essere affrontate dalla collettività, perché riguardano il futuro di tutti”.

Titolo: Possiamo (Ri)costruirlo
Categoria: Saggi
Autore: Silvestro Micera
Editore: Apogeo
Pagine: 144
Prezzo: 17.00