Editoriale

Un paese che odia la scienza?

scienza
di Marco Ferrazzoli

L’Italia tende ad affrontare come 'emergenze' alcune problematiche che sono invece permanenti e strutturali, come bullismo, meteo, migrazioni, smog, calamità. Lo stesso accade per la ricerca, che avrebbe invece bisogno di una politica coerente per sfruttare adeguatamente l’enorme potenziale che può mettere a disposizione del paese

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Abbiamo dedicato il Focus monografico di questo numero dell'Almanacco della Scienza ad alcune problematiche che, nonostante il loro carattere permanente, vengono chiamate, presentate e affrontate come 'emergenze', con periodiche e altalenanti illuminazioni da parte di mass media e istituzioni: bullismo, meteo, rischi di epidemie, migrazioni, smog, cosiddette 'calamità naturali'. Lo stesso ragionamento si potrebbe fare per la ricerca scientifica nel suo complesso, trattata in Italia con un approccio troppo spesso occasionale, che porta a periodiche riproposizioni del 'dibattito' in tema, mentre questo comparto avrebbe bisogno di una politica strutturale, di scelte definitive che provino a risolvere i problemi di base e, così facendo, a sfruttare adeguatamente l'enorme potenziale che ricerca e innovazione possono mettere a disposizione del Paese, del suo sviluppo socio-economico, della qualità della vita di noi tutti.

In questi ultimi tempi, però, si avverte una certa vivacità che lascia sperare sia 'la volta buona'. Da un lato, si sono tenuti alcuni incontri tra addetti ai lavori e rappresentanti delle istituzioni come quello in corso presso la sede centrale del Cnr proprio oggi, giorno in cui andiamo on line con l'Almanacco, a cura del Gruppo 2003, e quello svoltosi presso una sala del Senato nei giorni scorsi, con la partecipazione tra gli altri del ministro dell'università e della ricerca Stefania Giannini e del nostro presidente Luigi Nicolais, al quale rivolgiamo un affettuoso saluto in vista dell'imminente scadenza del suo mandato. Dall'altro, sui giornali si susseguono notizie e commenti: appelli al Governo da parte, ad esempio, di Patrizia Caraveo sul Sole 24 Ore, di Francesco Grillo sul Corriere della sera, del fisico Giorgio Parisi su Nature, di Elena Cattaneo su Repubblica, e dati che indicano il quadro contraddittorio e preoccupante della ricerca italiana. In sostanza: le risorse umane e i finanziamenti sono del tutto insufficienti, bastano a malapena a garantire la sopravvivenza delle istituzioni ma non a farle lavorare in modo competitivo rispetto al sempre più concorrenziale scenario globale. Inoltre, esiste un problema di governance, poiché le competenze sono divise tra troppi dicasteri ed enti, occorre quindi uno sforzo di coesione e coerenza che eviti il paradosso della dispersione dei fondi, del loro mancato utilizzo, del deficit strutturale che porta l'Italia a 'finanziare' la ricerca degli altri paesi membri dell'Unione Europea. E che scatena una 'guerra tra poveri' per reperire risorse, non a caso all'ultimo Prin-Programma di rilevante interesse nazionale sono state presentate circa 4.500 domande per nemmeno 100 milioni disponibili.

In tale complessa e a tratti confusa situazione, la buona notizia è che i ricercatori non si danno per vinti e continuano ad affermarsi tra i migliori a livello internazionale, ma in un chiaroscuro inquietante: primi per richieste di finanziamento all'Ue (con un basso tasso di successo, purtroppo); primi sempre in Europa per innovazioni di prodotto e secondi in quelle di processo, ma con un investimento in ricerca e sviluppo di appena un terzo di quello francese e tedesco, rispetto al quale il dichiarato aumento appare del tutto insufficiente (anche per l'accavallarsi di ombre e luci, a seconda del settore che si osserva); orgogliosi di piazzare ben 44 studiosi tra i top scientist mondiali (tra cui cinque del Cnr: Vincenzo Di Marzo, Cristina Facchini, Sandro Fuzzi, Serena Sanna e Manuela Uda,) ma umiliati dai dati sullo 'stato del merito' e sui laureati che ci vedono fanalino di coda.

In più, o in meno, c'è infine da considerare il clima culturale non sempre favorevole alla ricerca che si avverte in Italia. La permanenza di atteggiamenti ostili e irrazionali da parte di cittadini e, purtroppo, anche di istituzioni pubbliche. La renitenza a certi processi innovativi indispensabili per superare la crisi. Talvolta, si ha l'impressione di vivere in un paese che 'odia la scienza', per citare Paolo Mieli che quest'espressione senza sconti ha usato sul Corriere. Almeno per questo aspetto, possiamo provare a fare qualcosa anche noi.

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