Focus: Assenza

Il corpo oltre la carne: la scienza dell’arto fantasma

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di Alessandro Frandi

L'esperienza di percepire un arto che non esiste più sfida la nostra comprensione della realtà sensoriale. Non si tratta di un'illusione psicologica, ma del risultato di complessi processi neurali. Ad aiutarci a comprenderli sono Maddalena Fabbri Destro e Alessandro Ciraolo, ricercatori dell’Istituto di neuroscienze del Cnr, che spiegano come il cervello “ricorda” il corpo

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Molti pazienti descrivono sensazioni vivide, talvolta dolorose, provenienti da arti che sono stati amputati. Per comprendere perché ciò avvenga bisogna interrogarsi su cosa succeda esattamente nel loro sistema nervoso. “Il dolore ‘fantasma’ rappresenta uno degli aspetti più complessi del fenomeno. Non nasce in un unico punto del sistema nervoso, ma coinvolge periferia, midollo spinale e cervello. I nervi lesionati possono generare attività anomala, il midollo diventare più reattivo e le reti cerebrali continuare a conservare tracce sensoriali e motorie dell’arto perduto. Un ruolo importante sembra essere svolto dall’incongruenza tra intenzione motoria e feedback sensoriale. Dopo un’amputazione, il comando motorio può ancora essere prodotto, mentre il feedback atteso non arriva più. Si crea così una discrepanza tra ciò che il cervello prevede e ciò che il corpo restituisce. Per questo il dolore fantasma non può essere liquidato come ‘immaginario’: è il risultato di modificazioni reali del sistema nervoso”, spiega Maddalena Fabbri Destro dell’Istituto di neuroscienze (In) del Cnr.

Queste sensazioni sono spesso persistenti, il cervello dovrebbe "accorgersi" che l’arto manca. “Il sistema nervoso non registra il corpo come una fotografia statica, ma lo ricostruisce continuamente integrando tatto, posizione, movimento e vista. Nella corteccia cerebrale esistono rappresentazioni chiamate mappe ‘somatotopiche’, associate all'homunculus di Wilder Penfield, dove aree come mani e volto occupano molto più spazio del tronco. Dopo un'amputazione, le reti neurali che hanno rappresentato l'arto per anni non si spengono improvvisamente, ma continuano a generare sensazioni e ad aspettarsi segnali di ritorno”, aggiunge Alessandro Ciraolo del Cnr-In.

Uno degli aspetti più difficili da gestire in queste situazioni è il dolore. Ma perché qualcosa che non esiste può fare così male? “Il dolore fantasma è estremamente complesso e coinvolge periferia, midollo spinale e cervello. Il cervello produce il comando motorio per muovere l'arto, ma il feedback atteso non arriva più. Questa discrepanza crea una tensione nel sistema che si traduce in dolore reale, non ‘immaginario’, frutto di modificazioni fisiche del sistema nervoso”, evidenzia lo studioso.

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Esiste poi il fenomeno della plasticità cerebrale: a volte toccare il viso può evocare sensazioni nella mano fantasma. “La plasticità è la capacità del cervello di riorganizzare le proprie connessioni. Le aree corticali che prima elaboravano i segnali dell'arto amputato possono essere ‘conquistate’ dalle regioni vicine. Poiché sulla mappa corticale l'area del volto è vicina a quella della mano, la stimolazione del viso può effettivamente evocare sensazioni riferite alla mano mancante”, afferma la ricercatrice. “Tra le intuizioni cliniche più influenti va ricordato il lavoro del neurologo Vilayanur S. Ramachandran, che negli anni Novanta ha sviluppato la ‘mirror-box therapy’. Grazie a uno specchio, il riflesso dell’arto sano viene percepito come se appartenesse all’arto amputato. Quando il paziente muove l’arto integro, il cervello riceve un feedback visivo coerente, come se anche l’arto mancante si stesse muovendo. In alcuni pazienti questa illusione riduce il dolore, probabilmente perché attenua il conflitto sensomotorio. Oggi non esiste una terapia unica e universalmente efficace. Farmaci, neuromodulazione, realtà virtuale, neurofeedback, protesi sensoriali e interfacce neurali cercano, con strategie diverse, di modulare le reti del dolore o di restituire al cervello segnali più coerenti. L’obiettivo comune è ricostruire un dialogo più stabile tra cervello, corpo e percezione”.

In conclusione, cosa ci insegna l’arto fantasma sulla natura umana? “Ci insegna che il corpo percepito non coincide necessariamente con quello anatomico: la nostra identità corporea è un lavoro continuo di integrazione tra memoria, previsione ed esperienza. In fondo, il corpo che abitiamo è anche ciò che il cervello ricorda e continua a cercare. Comprendere questo fenomeno significa non solo sviluppare terapie più efficaci, ma anche riconoscere quanto profondamente il senso del corpo dipenda dalle rappresentazioni neurali che il cervello costruisce e aggiorna nel tempo. In fondo, il corpo che abitiamo non è soltanto ciò che vediamo ma è anche ciò che il cervello ricorda, prevede e continua a cercare”, conclude Ciraolo.

Fonte: Maddalena Fabbri Destro, Istituto di neuroscienze, maddalena.fabbridestro@cnr.it; Alessandro Ciraolo, Istituto di neuroscienze, alessandro.ciraolo@cnr.it

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