Focus: Invisibile

Microplastiche: un rischio che non vediamo

Microplastiche
di Silvia Galafassi

Questi minuscoli frammenti di plastica, che invadono fiumi, laghi mari e suoli, costituiscono un pericolo per gli ambienti acquatici e terrestri e per i loro abitanti, compresi noi umani. A spiegare come si formano, gli effetti nocivi che hanno in varie realtà e specie viventi e cosa si può fare per contrastarne la diffusione è Silvia Galafassi dell’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr

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La plastica è uno dei materiali simbolo del nostro tempo: leggera, resistente, economica e facile da modellare. Oggi se ne producono più di 400 milioni di tonnellate all’anno e, nonostante il miglioramento dei sistemi di raccolta, ogni anno milioni di tonnellate sfuggono ancora alla gestione dei rifiuti, raggiungendo suoli, fiumi, laghi e mari. Proprio le proprietà che ne hanno favorito il successo - durata e resistenza - diventano così un problema quando la plastica viene dispersa nell’ambiente. Luce solare, ossigeno e abrasione meccanica li frammentano in particelle sempre più piccole: le microplastiche, generalmente definite come frammenti inferiori a 5 millimetri, e le nanoplastiche, di dimensioni inferiori al micron. A queste si aggiungono particelle già di piccole dimensioni rilasciate in ambiente direttamente dalle attività umane, come la dispersione accidentale dei granuli industriali, i residui dell’usura degli pneumatici e le microfibre rilasciate durante il lavaggio dei tessuti sintetici.

Le dimensioni ridotte sono uno dei principali motivi di preoccupazione. Trasportate dal vento e dall’acqua, possono disperdersi con facilità e raggiungere ambienti marini, d’acqua dolce e terrestri, compresi quelli più remoti. Questa ampia diffusione aumenta le possibilità di contatto con organismi molto diversi: possono essere ingerite da animali acquatici e terrestri e, secondo evidenze crescenti, interagire anche con il mondo vegetale, ad esempio aderendo alle radici. Negli animali, l’ingestione può provocare effetti fisici, interferire con l’alimentazione o causare accumuli nel tratto digerente. Le particelle più piccole, le nanoplastiche, sollevano ulteriori interrogativi perché possono attraversare le barriere biologiche e raggiungere organi e tessuti diversi dell’organismo.

Microplastiche

Non conta però solo la particella in sé. Le plastiche possono contenere additivi, coloranti e plasticizzanti, e la loro superficie può adsorbire contaminanti presenti nell’ambiente. In questo modo, le microplastiche possono funzionare come trasportatori di sostanze chimiche, anche pericolose, spostandole da un ambiente all’altro o veicolandole verso gli organismi con cui entrano in contatto. Sulla superficie dei polimeri possono inoltre insediarsi batteri, microalghe, larve e altri piccoli organismi, formando una vera e propria “plastisfera”. Questa comunità può viaggiare con la particella, attraversare ecosistemi diversi e, in alcuni casi, favorire la dispersione di specie non native o di microrganismi potenzialmente pericolosi.

Il tema riguarda anche la salute umana. Le microplastiche possono entrare in contatto con il nostro organismo attraverso diverse vie, dall’alimentazione alla respirazione, e alcuni studi ne hanno segnalato la presenza anche all’interno del corpo umano. Il quadro, tuttavia, è ancora in evoluzione: misurare particelle così piccole in matrici biologiche complesse è difficile e richiede metodi analitici molto rigorosi. Le conoscenze derivate dagli studi in vitro suggeriscono possibili effetti su apparato digerente, respiratorio e riproduttivo, legati soprattutto a infiammazione, stress ossidativo e alterazioni delle normali funzioni cellulari. Il quadro, tuttavia, è ancora in evoluzione: gli studi sull’uomo sono limitati e molte evidenze derivano da modelli sperimentali.

Questa incertezza non riduce l’urgenza del problema, ma indica la direzione da seguire. Il punto, oggi, non è soltanto dire quante microplastiche ci sono, ma capire che cosa stiamo davvero osservando: una fibra tessile non si comporta come un frammento rigido, una particella appena prodotta non è uguale a una rimasta mesi in acqua, colonizzata da microrganismi e trasformata dalla luce. Per questo la ricerca sta lavorando su metodi più solidi e su esperimenti più vicini alle condizioni reali. Allo stesso tempo, la prevenzione resta la strategia più efficace: ridurre la dispersione di plastica, migliorare la gestione dei rifiuti e limitare le fonti di microplastiche significa agire prima che particelle difficili da rimuovere entrino stabilmente negli ecosistemi e, potenzialmente, nelle catene alimentari.

Fonte: Silvia Galafassi, Istituto di ricerca sulle acque, silvia.galafassi@irsa.cnr.it

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