Focus: Bio

Lo strumento critico del presente

Manoscritto
di Naomi Di Roberto

Il prefisso bio- attraversa linguaggi, discipline e immaginari e rimanda alla vita nelle sue molteplici declinazioni. Con Manuela Sanna, direttrice dell’Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno del Cnr, ripercorriamo l’evoluzione del concetto di bios dalla filosofia greca alla riflessione contemporanea, soffermandoci sul rapporto tra vita e scrittura

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Nel vasto lessico della conoscenza scientifica e umanistica, il prefisso bio- occupa una posizione centrale, poiché rimanda alla vita, alle sue forme, ai suoi processi, ma anche ai modi in cui essa viene raccontata, studiata e interpretata. Oggi, questo elemento linguistico, attraversa ambiti disciplinari molto diversi tra loro, assumendo significati e funzioni specifiche.

Per comprendere come si è evoluto il significato di bios dalla grecità classica agli usi contemporanei abbiamo parlato con Manuela Sanna, direttrice dell’Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno del Cnr, che spiega: “Nel mondo greco vengono usati in prevalenza tre termini apparentemente equivalenti per designare quel che oggi definiamo con il termine bio, vale a dire βίος, ζωή e ψυχή (bíos, zōḗ, psychḗ). Il termine βίος rimanda più precisamente al modo con cui si conduce l’esistenza, a una qualificazione dell’attività del vivente, come nel caso della classica differenza aristotelica tra βίος ϑεωρητικός (vita teoretica) e βίος πρακτικός (vita pratica). Ζωή, invece, denota il principio generatore nel senso dell’arché, del moto che produce e conserva la vita e regola la nascita e la morte, e ψυχή (anima) sottolinea il principio della vita come soffio vitale. Nella grecità classica la vita rappresenta soprattutto la ‘forma’ che prende l’anima, nel nesso tra materia e forma che costruiscono, insieme, la possibilità di pensare la vita e il vivente. In seguito, all’interno della riflessione cristiana del II e del III secolo d.C., la vita diventa ‘soffio vitale’, cioè il soffio che dà vita alla creatura da parte di un Dio che lo fa a sua immagine”.

Se il “bios” indica il modo di vivere, la “graphia” introduce un nuovo problema, quello della “scrittura della vita”. Fin dalle sue origini etimologiche, dunque, la biografia si colloca in una zona di confine tra storia, letteratura e interpretazione e diventa, nel corso del tempo, non solo un elenco di eventi, ma nasconde anche dietro di sé la selezione, l’organizzazione e il senso di un percorso individuale, intrecciato con il contesto storico, sociale e culturale all’interno del quale si sviluppa. Vediamo allora come si configura originariamente il rapporto tra vita e scrittura. “Sicuramente la scrittura viene rappresentata come un surrogato dell’elemento vitale, una forma di assenza di vita e una riproduzione resa possibile dall’intervento platonico del dio Theut presente nel ‘Fedro’ di Platone” afferma Sanna.

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Nel celebre dialogo platonico Theuth presenta al re Thamus la scrittura, sostenendo che essa sia un “farmaco” per la memoria, strumento capace di rafforzare la sapienza. Allo stesso tempo, però, il re obietta che essa produce solo un’apparenza di sapere, dando l’illusione della conoscenza senza una sua reale comprensione. “La scrittura sostituisce e fissa la memoria vitale dell’uomo e abbandona il flusso della vita in quanto tale. Per questo, Jacques Derrida ne ‘La farmacia di Platone’ (1968), parte proprio dal mito platonico di Theut, individua nella scrittura una doppia struttura, di phoné (presenza della vita) e grammé (presenza di un segno come traccia morta). Derrida interpreta l’ambiguità platonica come l’inizio di una prassi della storia della filosofia che, con l’avvento della scrittura, si avvia alla sua morte, ma allo stesso tempo si lega all’eternità, come traccia che rimane per sempre”, chiarisce la ricercatrice. “Si chiede quindi Derrida se la scrittura sia rimedio o farmaco (pharmakon) - che per i Greci significa contemporaneamente farmaco e veleno -, mettendo bene in evidenza come si tratti di un rapporto complicato a livello filosofico. È rimedio perché produce un sapere che, una volta scritto, non sfugge più, che non è effimero e dura per l’eternità, ma è insieme veleno, perché contrario alla vita, dal momento che la scrittura mira a fissare i segni e a renderne superfluo il ricordo, affievolendone l’efficacia. Si contrappone al logos vivente, alla vita stessa dell’uomo, e ci fornisce l’apparenza di un accrescimento della conoscenza, che si rivela in realtà una forte riduzione conoscitiva”. Questa tensione segna anche la nascita del genere autobiografico, dove vita e scrittura si intrecciano.  “Con le “Confessioni”, Agostino d’Ippona amplifica il problema della bio-graphia, mettendo insieme scrittura e vita propria, esperienza di chi scrive, che rende possibile la cristallizzazione del vissuto come una scelta personale”, precisa la direttrice del Cnr-Ispf.

La biografia diventa poi, così, uno strumento legittimo della storiografia e non solo un genere letterario. “‘Vite parallele’ di Plutarco o ‘Vite dei Cesari’ di Svetonio rappresentano un buon esempio dell’utilità estrema per la storiografia del genere biografico, soprattutto in mancanza di altro tipo di fonti. Inutile ricordare che le narrazioni biografiche costituiscono una maniera eccellente di sopperire alla penuria documentaria”, specifica Sanna. “Il tema delle vite di uomini illustri è classico in epoca moderna, e il passaggio dalle bibliografie bibliche alle biografie moderne avviene attraverso un lungo e ricco percorso che vede l’introduzione sempre più massiccia dell’utilizzazione dell’indagine psicologica, da affiancarsi o sostituirsi ai complessivi percorsi esistenziali di singoli personaggi. L’uso della biografia all’interno dell’indagine storica si afferma nel ‘900, quando viene messa in evidenza l’utilità che questo strumento mette a disposizione della ricerca in maniera interdisciplinare”.

In un presente segnato da crisi identitarie, perdita di memoria storica e frammentazione della soggettività, la biografia sembra così tornare a occupare un ruolo centrale. “La biografia si offre come strumento privilegiato e specifico per dare consistenza all'identità personale - ma anche collettiva - attraverso la narrazione di sé o della vita di altri: definire delle identità soggettive o anche delle identità di popoli attraverso la narrazione di vite costruisce un antidoto efficace alla perdita della memoria storica. Le narrazioni e la letteratura, come insegna Martha Nussbaum, sono strutture etiche in sé, perché sviluppano la possibilità di un’immaginazione narrativa a servizio di un senso di cittadinanza fondato sull’immedesimazione con l’altro. Le ‘scritture del sé’, che siano confessioni, memorie, romanzi autobiografici e biografici, sono mezzi efficaci per giungere a comprendere i meccanismi di costruzione della memoria individuale e collettiva. Porre in interscambio il mondo personale e quello sociale mette a punto una forma di identità globale necessaria per pensare una società complessa come quella contemporanea e formulare la proposta di un umanesimo planetario, così come propone Edgar Morin”, conclude la ricercatrice.

Fonte: Manuela Sanna, Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno, email: sanna@ispf.cnr.it

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