Focus: Impronte

Il peso del sistema alimentare

Campo irrigato
di Beatrice Rapisarda

Il cibo che portiamo in tavola ogni giorno ha una storia che inizia molto prima del piatto: nei campi, nelle serre, negli allevamenti. Una storia che incrocia quella del cambiamento climatico, della scarsità d’acqua e della perdita di biodiversità. Di questo equilibrio fragile e delle soluzioni possibili parliamo con Silvano Fares, direttore del Dipartimento di scienze bio-agroalimentari del Cnr

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La produzione alimentare è un pilastro fondamentale della nostra società, ma costituisce anche una delle principali pressioni sull’ambiente. L’intera filiera, dalla coltivazione delle materie prime e dall’allevamento fino alla trasformazione industriale e al trasporto, genera impatti significativi, lasciando un’impronta su clima, suolo, acqua e biodiversità, come spiega Silvano Fares, direttore del Dipartimento di scienze bio-agroalimentari (Disba) del Consiglio nazionale delle ricerche: “Uno degli aspetti più critici riguarda le emissioni di gas serra e di inquinanti atmosferici. L’agricoltura è responsabile di circa un quarto delle emissioni globali, soprattutto per effetto dell’allevamento intensivo e dell’impiego di fertilizzanti. I ruminanti come bovini e ovini, emettono grandi quantità di metano, un gas serra molto più potente dell'anidride carbonica nel breve periodo. A queste emissioni si aggiunge il protossido di azoto, anch’esso un potente gas serra, rilasciato dalla gestione delle deiezioni animali, dai processi fisico-chimici e biologici nei suoli agricoli, dalle risaie e dalla combustione dei residui colturali”.

Anche le lavorazioni del suolo comportano il rilascio di composti che contribuiscono alla formazione di particolato atmosferico, peggiorando ulteriormente la qualità dell’aria. “Un altro elemento di pressione è l’ampia quantità di terra destinata all’allevamento animale: circa il 70-71% della superficie agricola globale è utilizzato per il settore zootecnico, includendo pascoli e coltivazioni per mangimi. Di questa quota, circa il 63% delle terre arabili è dedicato specificamente alla produzione di mangimi, mentre la parte restante è utilizzata come pascolo. Questo modello di utilizzo del suolo contribuisce a deforestazione, perdita di habitat e riduzione della capacità degli ecosistemi di assorbire anidride carbonica”, aggiunge il direttore del Cnr-Disba.

Un capitolo altrettanto critico riguarda il consumo di acqua. Il fabbisogno irriguo varia sensibilmente tra le diverse colture: riso, mandorle e cotone, ad esempio, richiedono quantità particolarmente elevate di risorse idriche e sono spesso coltivati in aree già vulnerabili alla siccità a causa dei cambiamenti climatici. Inoltre, l’agricoltura intensiva basata su fertilizzanti chimici e diserbanti può contaminare falde e corsi d’acqua, alterando gli ecosistemi acquatici e compromettendo la qualità dell’acqua potabile.

Campo

Un altro impatto rilevante per l’ambiente causato dall’agricoltura intensiva è la perdita di biodiversità. Le monocolture estese, frequentemente associate a un uso intensivo di prodotti chimici, trasformano profondamente gli habitat naturali, riducendo la diversità e il numero delle specie animali e vegetali, con il risultato di avere ecosistemi più fragili e meno resilienti agli stress ambientali.

Non va inoltre trascurato l’impatto energetico delle fasi di trasformazione e distribuzione degli alimenti. L’industria agroalimentare richiede grandi quantità di energia per refrigerare, confezionare, trasportare e conservare i prodotti, contribuendo così ulteriormente alle emissioni di gas serra.

“È fondamentale individuare strategie efficaci per ridurre l’impronta ambientale dei sistemi alimentari. Le criticità legate al consumo di acqua, alla perdita di biodiversità, alle emissioni climalteranti e all’elevato impiego di energia rendono urgente un cambiamento profondo dell’attuale modello produttivo”, sottolinea Fares. “La riduzione dell’impronta ambientale delle filiere agroalimentari è possibile attraverso scelte più consapevoli e interventi strutturali. Da un lato, la transizione verso un sistema agroalimentare più sostenibile è stimolata dall’innovazione scientifica; dall’altro, l’orientamento politico europeo può guidare decisioni sempre più basate sulla sostenibilità”.

L’Unione Europea, negli ultimi anni, con il “Green Deal” ha intrapreso un percorso volto a ridurre l’impatto ambientale della produzione di cibo, con una serie di strategie che coinvolgono l’intera filiera per rendere i sistemi alimentari più equi, sani e rispettosi dell’ambiente. “Ad esempio, la strategia ‘Farm to Fork’ mira a ridurre l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici, promuove l’espansione dell’agricoltura biologica, la diminuzione delle emissioni climalteranti e il miglioramento del benessere animale” aggiunge il ricercatore.

Sul solco del miglioramento della sostenibilità in agricoltura, la ricerca degli Istituti afferenti al Cnr-Disba punta a sviluppare conoscenze e soluzioni capaci di ridurre gli impatti ambientali e modelli che guidino la transizione verso un sistema agroalimentare e forestale sostenibile. “In questo contesto, il progetto Nutrage, finanziato dal Cnr e realizzato con il coinvolgimento di cinque dipartimenti, ha avuto l’obiettivo di promuovere un invecchiamento sano e attivo attraverso la nutrizione. Il progetto ha sviluppato alimenti e regimi dietetici innovativi per prevenire o ritardare le patologie legate all’invecchiamento, anche grazie a modelli capaci di orientare le abitudini alimentari verso un maggiore consumo di proteine vegetali e di prodotti locali, così da ridurre la pressione sulle risorse naturali”, precisa l’esperto.

I ricercatori afferenti al Cnr-Disba stanno anche ultimando le fasi progettuali di progetti finanziati dal Pnrr quali ad esempio il centro nazionale Agritech, che ha, tra gli obiettivi, quello di sviluppare tecnologie innovative per le produzioni agroalimentari volte a favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici riducendo gli impatti negativi per l’ambiente e al contempo garantendo sicurezza, tracciabilità e tipicità delle filiere nazionali. Questi ambiziosi obiettivi vengono perseguiti anche attraverso numerosi programmi europei, come Horizon Europe, Life e Prima, in un contesto collaborativo in ambito internazionale che coinvolge anche Paesi extraeuropei che si affacciano sul Mediterraneo.

“La ricerca scientifica in questo settore ha un ruolo chiave nel processo di transizione, contribuendo con modelli, tecnologie e innovazioni in linea con gli obiettivi climatici e ambientali europei e collaborando al trasferimento delle conoscenze alle imprese agricole, alle politiche territoriali e alla gestione delle risorse, affinché le innovazioni possano tradursi in pratiche concrete e durature”, conclude Fares.

Fonte: Silvano Fares, Dipartimento di scienze bio-agroalimentari, silvano.fares@cnr.it

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