Focus: Riparare

Il senso del restauro

Papiro
di Maddalena Rinaldi

Quando pensiamo al restauro immaginiamo persone intente a curare opere degradate. È facile cogliere quante competenze e quali discipline si nascondano dietro quel tentativo di salvare un manufatto storico artistico. Loredana Luvidi ricercatrice dell’Istituto di scienze del patrimonio culturale, ci fa comprendere come la portata semantica del termine restauro è ben più ampia delle aspettative comuni

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La ricerca scientifica sulle nuove tecniche di conservazione e restauro di manufatti antichi o moderni ha portato a scoperte grandiose in epoca contemporanea. Intrecciando saperi differenti - dall’archeologia all’ingegneria, dalla chimica alla storia dell’arte - il progresso nella diagnostica artistica fa sempre più spesso parlare di sé. Ma dietro al termine restauro si intrecciano saperi e competenze plurime e si celano molteplici processi e altrettante fasi, che partono dalla conoscenza del manufatto e, passando per un dettagliato piano di restauro, giungono alla definizione della tecnica operativa. Ne abbiamo parlato con Loredana Luvidi dell’Istituto di scienze del patrimonio culturale (Ispc) del Cnr, che si occupa della conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale attraverso un approccio interdisciplinare, che fa dialogare competenze umanistiche, scientifiche e tecnologiche.

“Il restauro non è solo un intervento sull'opera, ma un percorso di conoscenza. Significa mettere insieme competenze diverse per studiare a fondo i materiali e i processi di degrado, così da poter intervenire in modo consapevole e scientificamente fondato, tenendo conto dell'ambiente in cui il manufatto è collocato. Si tratta di un lavoro corale che unisce ricerca, tecnologia e conoscenza dei valori storici e culturali dell'opera, al fine di garantire la tutela del patrimonio nel tempo”, spiega Luvidi.

Esaminiamo le principali fasi di restauro per opere e manufatti in pietra oggi. “C’è prima una fase conoscitiva, che permette di definire un piano di restauro e poi gli interventi che possono essere effettuati con diverse tecniche: pratiche storicamente consolidate oppure approcci più innovativi. Per poter realizzare un restauro su opere e manufatti in pietra bisogna prima effettuare una serie di approfondimenti (fase conoscitiva), che vanno dallo studio storico dell’opera e del contesto ambientale alle indagini diagnostiche (indagini visive, rilievi del manufatto e dello stato di conservazione, analisi scientifiche) per caratterizzare i materiali e comprendere i processi di degrado. Ciò è fondamentale per definire il piano di restauro, che comprende interventi di pulitura e, se necessario, di consolidamento e di protezione del manufatto, sempre nel rispetto dei principi di compatibilità, reversibilità e di minimo intervento”, chiarisce la ricercatrice. “Gli interventi di pulitura, che possono essere di tipo meccanico (con bisturi, spazzole, micro-abrasivi), chimico (con solventi selettivi, detergenti, gel), fisico (come nel caso delle tecnologie laser) o biotecnologico, dipendono dalla natura dei depositi e dalla tipologia del materiale lapideo. Lo stadio successivo è quello del consolidamento, volto a ristabilire la coesione della pietra degradata mediante l’applicazione di prodotti e metodi compatibili con il substrato lapideo. A questo seguono eventuali operazioni di stuccatura e integrazione, mediante l’impiego di malte formulate con leganti compatibili e inerti selezionati, e di protezione superficiale, con l’applicazione di idrorepellenti o di sistemi di controllo ambientale per garantire la stabilità delle condizioni microclimatiche nel tempo. Le tecniche variano a seconda della fase affrontata: diagnostica, pulitura, consolidamento, integrazione o protezione. Tutte queste fasi intrecciano competenze archeologiche, storico-artistiche, geologiche, chimiche, fisiche, biologiche, architettoniche e ingegneristiche, a conferma del fatto che il restauro dei materiali lapidei è oggi un campo profondamente interdisciplinare”.

Catacombe di Priscilla

Tra gli studi del Cnr-Ispc, alcuni sono rivolti alla lotta al degrado dovuto all’umidità e alle infiltrazioni sul patrimonio. “La conservazione e il contrasto al deterioramento dovuto all'umidità sono di notevole importanza, soprattutto quando il bene si trova in prossimità di fiumi o in zone umide (siti archeologici ipogei, catacombe o manufatti sepolcrali). È quindi fondamentale quantificare l’estensione e la distribuzione delle infiltrazioni sulle murature prima che i danni diventino visibili. Con i progetti Remedia e Ciacco, finanziati dalla Regione Lazio e dal Dtc (Distretto tecnologico beni e attività culturali) Lazio, abbiamo affrontato queste tematiche con l’obiettivo di sviluppare tecnologie non invasive e mettere a punto protocolli per contrastare il deterioramento causato dalla presenza di acqua sulle murature e pianificare interventi di manutenzione adeguati ed efficaci”, precisa l’esperta.

Nello svolgimento di questa attività sono vari gli strumenti utilizzati, come evidenzia Luvidi, che conclude: “Per ottenere dati analitici sempre più robusti e dati di imaging di facile lettura si utilizza sempre di più della strumentazione ad alta risoluzione per esperimenti in laboratorio su mock-up in muratura e misurazioni in ambienti reali. Questo approccio mira a ridurre gli errori degli operatori e gli artefatti che possono portare a false conclusioni, utilizzando tecnologie basate sull'uso della termografia all’infrarosso (IR), i cui risultati vengono confrontati con altre metodologie di imaging. La termografia IR utilizza una camera in grado di rilevare la radiazione infrarossa emessa dagli oggetti e di trasformarla in immagini in falso colore, nelle quali le diverse tonalità rappresentano differenti temperature superficiali. La termografia IR, in modalità attiva, viene utilizzata non solo per permettere di ‘riparare’ difetti nei materiali, ma anche per ‘recuperare’ informazioni altrimenti non più visibili. È questo il caso dei manoscritti carbonizzati di Ercolano, dal valore inestimabile, in quanto custodi di testimonianze fondamentali del pensiero filosofico, letterario e storico del mondo greco-romano. La ricerca attuale indaga i testi ancora nascosti tra gli strati dei frammenti, senza interventi invasivi. Oltre all’ottimizzazione dei protocolli e dei set-up di acquisizione, l’impiego di tecniche di Intelligenza Artificiale rappresenta una sfida promettente per migliorare la qualità delle immagini, aumentarne il contrasto informativo e potenziarne l’interpretazione”.

Fonte: Loredana Luvidi, Istituto di scienze del patrimonio culturale, loredana.luvidi@cnr.it

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