Focus: Riparare

Il complesso recupero dalle dipendenze

Alcolista
di Rita Bugliosi

Questo problema è molto diffuso tra i giovani - ma non solo -, che fanno un uso compulsivo di sostanze nocive per l’organismo e per il benessere psicologico, quali droghe e alcool, ma anche fumo o utilizzo esagerato di internet. Sabrina Molinaro dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr ci aiuta a comprendere quali interventi è opportuno fare per liberarsene

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Sempre più spesso oggi si parla di dipendenza, un vero e proprio disturbo, caratterizzato dalla ricerca ossessiva e dall’uso compulsivo di sostanze quali droghe, alcool, oppure nicotina o cibo, ma anche da comportamenti come il gioco d’azzardo, il collegamento a internet, i videogiochi. Chi ne soffre subisce una sorta di perdita di controllo, indotta da un bisogno irresistibile di consumare o fare qualcosa anche se danneggia la propria salute, le relazioni e la vita in senso ampio. A esserne colpiti sono soprattutto i giovani - ma non solo -, come rivelano anche i dati forniti dallo studio ESPAD® Italia (European School Survey Project on Alcohol and other Drugs) realizzato dall’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Cnr.

Si tratta di un problema che non va sottovalutato, come sottolinea anche Sabrina Molinaro del Cnr-Ifc: “Quando si parla di dipendenze negli adolescenti e nei giovani adulti, il rischio più grande è semplificare. Ridurre tutto a una ‘devianza’ da correggere o a una fragilità individuale da colpevolizzare però non solo è inefficace, ma allontana anche chi avrebbe bisogno di aiuto. I dati dello studio ESPAD®Italia mostrano con chiarezza che le dipendenze - da sostanze legali e illegali, ma anche digitali e comportamentali - si inseriscono dentro stili di vita, relazioni, pressioni sociali e ambienti che agiscono come potenti determinanti di salute”.

In quest’ottica è evidente che il recupero non è un atto semplice, ma un processo complesso che, oltre all’individuo interessato dal problema, coinvolge contesti più ampi e prevede anche la messa a punto di politiche pubbliche in grado di seguire il percorso. In primo luogo, è fondamentale intraprendere precocemente questo procedimento. “Le evidenze epidemiologiche indicano che intercettare i segnali iniziali - uso problematico di sostanze, ritiro sociale, gaming e connessione compulsiva, automedicazione con psicofarmaci -, riduce drasticamente il rischio di cronicizzazione. Scuola, servizi territoriali, medicina di base e famiglie giocano un ruolo chiave come nodi di una rete capace di orientare e sostenere. L’aggancio precoce funziona quando non è stigmatizzante e quando offre risposte proporzionate, flessibili, comprensibili per i ragazzi”, precisa la ricercatrice del Cnr-Ifc.

Non meno importante è la presa in carico integrata. “Le dipendenze raramente sono isolate: i dati ESPAD mostrano come il poliuso di sostanze, le fragilità emotive e le dipendenze digitali tendano a sovrapporsi. Per questo, i percorsi di recupero più efficaci sono quelli che tengono insieme dimensione sanitaria, psicologica, educativa e sociale. Non basta ‘togliere la sostanza’ o ridurre il tempo online: occorre lavorare sulle funzioni che quel comportamento svolgeva, sulla regolazione dell’ansia, la gestione del sonno, l’appartenenza al gruppo, la sospensione del giudizio, aiutando i ragazzi a costruire alternative realistiche”, continua l’esperta.

Fumatrice

Occorre poi agire sulla riduzione del danno e del rischio, specie nelle fasi iniziali. “Nella sanità pubblica, ridurre il danno non significa arrendersi, ma riconoscere che il cambiamento avviene per gradi. Interventi che migliorano l’informazione riescono ad aumentare la consapevolezza dei rischi reali, a ridurre l’esposizione a sostanze ad alta potenza o a pratiche digitali più nocive e a prevenire esiti gravi, come ricoveri ospedalieri, drop-out scolastico o esordi psicopatologici”, aggiunge Molinaro.

Il recupero passa inoltre dalla ricostruzione delle competenze di vita. “Molti giovani che sviluppano una dipendenza mostrano difficoltà nella gestione del tempo, delle emozioni e delle relazioni. Programmi che rafforzano le life skills - capacità di affrontare lo stress, tollerare la frustrazione, costruire relazioni significative, abitare il digitale in modo consapevole - sono tra gli strumenti preventivi e terapeutici più solidi. Non si tratta di ‘insegnare a non sbagliare’, ma di offrire risorse concrete per stare meglio”, prosegue la ricercatrice.

Non meno importante è il ruolo delle famiglie, che vanno sostenute, precisa l’esperta: “Le ricerche mostrano che contesti familiari informati, capaci di porre confini chiari ma non rigidi e disponibili al dialogo riducono il rischio di escalation e favoriscono l’adesione ai percorsi di cura. Anche per i genitori, il recupero è un processo che richiede accompagnamento”.

Non va poi sottovalutata, nei percorsi di uscita dalle dipendenze, la qualità degli ambienti sociali in cui le persone sono chiamate a rientrare o a ricostruirsi. “La letteratura e l’esperienza dei servizi mostrano come il recupero sia più stabile quando si accompagna alla possibilità di abitare comunità accoglienti: spazi relazionali inclusivi, informali, non giudicanti, dove il valore della presenza non dipende dal rendimento, dal consumo o dall’immagine funzionano come veri fattori protettivi, riducendo l’isolamento e restituendo senso di appartenenza. In questo quadro, promuovere contesti sociali che favoriscano cooperazione, reciprocità e riconoscimento diventa parte integrante delle strategie di prevenzione e di recovery, tanto quanto gli interventi clinici e riabilitativi”, ricorda l’esperta, che prosegue: “Favorire forme di socialità cooperative, informali e non giudicanti significa creare le condizioni perché il cambiamento sia sostenibile nel tempo. In questa prospettiva, costruire comunità capaci di accogliere le fragilità non è un aspetto secondario degli interventi clinici, ma una leva strutturale di prevenzione e di recovery, al pari della cura sanitaria, dell’inclusione lavorativa e del diritto all’abitare”.

Il recupero dalle dipendenze va quindi incluso nelle politiche pubbliche. “Investire in servizi territoriali accessibili, in salute mentale, in spazi educativi e aggregativi, in alfabetizzazione digitale e in monitoraggio epidemiologico continuo significa agire sulle cause, non solo sugli effetti. Il nodo centrale, dunque, non è ‘interrompere un comportamento’, ma ricostruire un ecosistema di cura capace di accompagnare le persone nei passaggi critici della vita. Recuperare dalle dipendenze, oggi, significa quindi tenere insieme cura, autonomia e diritti, riconoscendo che il cambiamento è un processo graduale, sostenuto da servizi capaci di adattarsi alla complessità delle biografie e di trasformare la vulnerabilità in una traiettoria possibile di benessere e inclusione”, conclude Molinaro.

Fonte: Sabrina Molinaro, Istituto di fisiologia clinica, sabrina.molinaro@cnr.it

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