L’importanza vitale del sonno
Dormire bene è la chiave del nostro benessere psicofisico. Quando il sonno è scarso, cala l’attenzione, aumenta l’irritabilità e anche le emozioni si fanno più difficili da gestire. Al contrario, un riposo di qualità ricarica le energie, stimola la creatività, rafforza la memoria e rende più lucidi nelle decisioni, come spiega Anna Lo Bue dell’Istituto di farmacologia traslazionale del Cnr
Il sonno è una pausa fondamentale per il nostro benessere. Non si tratta semplicemente di assenza di veglia, è uno stato attivo, regolato da specifiche reti neuronali, durante il quale il cervello attraversa una sequenza ordinata di fasi, fondamentali per il recupero psicofisico: il sonno non-Rem (NRem) e il sonno Rem (Rapid Eye Movement). Nelle prime ore della notte prevale il sonno profondo NRem, mentre con il passare delle ore aumenta la durata del sonno Rem, che diventa predominante al mattino.
“Il sonno NRem, in particolare nella sua fase più profonda, la N3, è caratterizzato da onde cerebrali lente, riduzione dell’attività corticale e generale rallentamento delle funzioni vitali: il battito cardiaco e la respirazione si fanno più lenti, la pressione e la temperatura corporea si abbassano, il consumo di ossigeno diminuisce”, spiega Anna Lo Bue dell’Istituto di farmacologia traslazionale (Ift) del Consiglio nazionale delle ricerche. “È in questo momento che l’organismo avvia i suoi processi di rigenerazione: aumenta la sintesi proteica, viene rilasciato l’ormone della crescita, i tessuti si riparano e le riserve energetiche vengono ricostituite”. Non a caso, la fase NRem è associata al recupero delle energie fisiche.
Il sonno Rem, invece, è una fase in cui l’attività cerebrale è molto simile alla veglia. “È in questa fase che avvengono la riorganizzazione delle reti neuronali, il rafforzamento delle connessioni sinaptiche e la rielaborazione delle esperienze emotive. Per questo il sonno Rem è considerato fondamentale soprattutto per il recupero mentale”, continua la ricercatrice. Ovviamente, le due fasi sono complementari: senza una buona alternanza tra NRem e Rem, né il corpo né la mente recuperano davvero. Ed è per questo che, per un buon recupero, occorre dormire tra le 7 e le 8 ore consecutive.
Un’alternanza equilibrata delle due fasi ha effetti importanti sulla memoria. La formazione di una memoria comprende una fase iniziale di acquisizione, in cui l’informazione è immagazzinata a breve termine, e un processo di consolidamento, che la trasforma in memoria a lungo termine.
Durante la veglia, i dati vengono temporaneamente depositati nell’ippocampo, come in una memoria “di passaggio”. È soprattutto durante il sonno, in assenza di nuovi stimoli, che le informazioni vengono rielaborate: quelle irrilevanti eliminate, quelle significative trasferite alla neocorteccia frontale, dove diventano memoria stabile. In questo modo, l’ippocampo si libera e può accogliere nuove informazioni il giorno successivo. Se il sonno è insufficiente o di scarsa qualità, questi processi non si completano e l’apprendimento ne risente.
Tra le funzioni principali del sonno c’è il meccanismo di “pulizia” del cervello. “Durante la veglia le cellule nervose accumulano prodotti di scarto del metabolismo, come la proteina β-amiloide, associata a malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, ma durante il sonno profondo entra in funzione il sistema glinfatico, un particolare meccanismo di drenaggio che permette di eliminare queste sostanze tossiche. Quando il sonno è frammentato o ridotto, questo processo di pulizia diventa meno efficiente e, nel tempo, aumenta il rischio di declino cognitivo e demenza”, chiarisce Lo Bue.
Anche sognare è una funzione indispensabile per il cervello. I sogni contribuiscono a elaborare le emozioni della veglia. “Studi di neuroimaging hanno evidenziato che, dopo un buon sonno con sogni, l’attività dell’amigdala, la regione cerebrale che regola le emozioni, risulta attenuata, favorendo un migliore equilibrio emotivo. Al contrario, un sonno disturbato rende il cervello più reattivo agli stimoli esterni, con conseguente irritabilità, ansia e maggiore sensibilità alle emozioni negative. Questa iper-reattività sembra derivare da una ridotta efficienza della corteccia prefrontale, che perde parte della sua capacità di controllo sull’amigdala”, illustra la ricercatrice.
I sogni avvengono principalmente nella fase Rem del sonno, quella in cui l’attività cerebrale è molto simile alla veglia e gli occhi compiono rapidi movimenti (da cui il nome Rapid Eye Movement). In questo stadio, il cervello è molto attivo, la frequenza cardiaca e respiratoria aumentano e il tono muscolare si riduce quasi del tutto: è proprio questa condizione che favorisce la comparsa di sogni vividi e ricchi di contenuti narrativi ed emotivi. “Ricerche recenti hanno tuttavia dimostrato che sogni ed esperienze oniriche possono verificarsi anche durante il sonno NRem, soprattutto nelle fasi più leggere (N1 e N2), ma tendono a essere più brevi, frammentati, meno ‘sceneggiati’ rispetto a quelli della fase Rem e meno densi di carica emozionale”, precisa la l’esperta, che conclude: “Nella sede secondaria di Palermo dell’Istituto di farmacologia traslazionale conduciamo attività di ricerca sui disturbi del sonno, disturbi respiratori, sonnolenza diurna, sviluppo di metodiche innovative per screening, diagnosi e follow-up dei disturbi del sonno”.
Fonte: Anna Lo Bue, Istituto di farmacologia traslazionale, anna.lobue@ift.cnr.it