Abbracci letali
Il riadattamento cinematografico del quasi omonimo romanzo di Stephen King, diretto da Rob Steiner, mette in luce le qualità attoriali di Kathy Bates, che in “Misery non deve morire” interpreta Annie Wilkes, una donna che si trasforma nella carceriera del suo scrittore preferito. Flavia Marino, psicoterapeuta dell’Istituto per la ricerca e l’innovazione biomedica del Cnr, esplora l'oscura personalità ambivalente del personaggio, con il quale la Bates vinse l'Oscar
Nel 1991 la statunitense Kathy Bates vince l’Oscar come miglior attrice per l’interpretazione nel film “Misery non deve morire”, diretto dal regista Rob Steiner e tratto dal romanzo “Misery” di Stephen King, uscito nel 1987. Il personaggio in questione è Annie Wilkes, una tra le figure psicologicamente più inquietanti del panorama cinematografico d’oltreoceano, in grado di suscitare una forte inquietudine nell’animo degli spettatori maggiormente suggestionabili.
La storia è ambientata in Colorado, dove lo scrittore Paul Sheldon - interpretato da James Caan - si reca per ultimare un romanzo, con il quale decide di terminare la serie che gli ha dato grande popolarità, legata alle vicissitudini di una donna, Misery Chastain. Dopo un incidente stradale Paul viene portato in salvo da Annie, che lo accoglie in casa e gli presta tutte le cure del caso, fin quando lo scrittore non si rende conto che quelle premurose e amorevoli attenzioni per la sua salute sono soltanto l’esile contraltare all’isolamento completo dall’ambiente esterno e da tutte le altre persone. La donna, arrabbiata perché Sheldon aveva osato mettere la parola fine ai suoi amati romanzi “uccidendo” Misery, decide di punirlo fisicamente e di tenerlo segregato nella sua casa, utilizzando minacce e mezzi di coercizione fisica per evitare che il libro venga pubblicato.
E la bravura della Bates sta soprattutto nel tenere il suo personaggio in bilico tra calma e rabbia, sorrisi e grida, tra cura e tortura. “Annie Wilkes è sicuramente un personaggio estremo, ma purtroppo psicologicamente coerente. Mostra forti oscillazioni emotive, un bisogno disperato di controllo e un modo molto distorto di sentire e interpretare le relazioni con l’altro. Chiaramente non è possibile fare una diagnosi partendo dal film, ma potremmo ipotizzare un disturbo borderline di personalità, per il quale amore e odio si alternano repentinamente e dove la paura dell’abbandono può portare il soggetto a compiere gesti estremi. In alcuni momenti, mostrando dinamiche psicologiche complesse e disturbate, Annie sembra anche perdere il contatto con la realtà, entrando in una dimensione quasi delirante”, racconta Flavia Marino, psicoterapeuta dell’Istituto per la ricerca e l’innovazione biomedica (Irib) del Cnr.
La Wilkes, personaggio scritto da Stephen King e riadattato per il cinema da Rob Steiner, dimostra un attaccamento ossessivo e patologico verso la protagonista dei suoi romanzi preferiti, mostrando alcuni comportamenti che in psicologia vengono definiti come “adorazione della celebrità”, in grado di valicare i confini della letteratura e della cinematografia.
“Purtroppo, ci sono stati casi nei quali la spasmodica ammirazione per un personaggio famoso, reale o immaginario, ha ingenerato condotte molto pericolose. Sebbene siano episodi rari ed estremi, alcune persone possono sviluppare un attaccamento ossessivo, soprattutto se fragili psicologicamente o socialmente isolate. Questa è una forma di identificazione che, in condizioni particolari, può diventare patologica e degenerare, laddove si perde il contatto con la realtà e si confonde la fantasia con la vita vera. I personaggi delle storie - soprattutto quelli ben scritti o rappresentati - parlano di noi, ci aiutano a riconoscere le emozioni, a trovare modelli o consolazioni, a farci sentire meno soli. Il legame con una figura immaginaria può diventare molto forte, soprattutto in momenti di difficoltà emotiva o di forte solitudine. Questo è normale e fa parte dell’esperienza umana: il problema sorge quando tutto questo, nella difficoltà a regolare le emozioni o per una fragilità relazionale più profonda, sostituisce le relazioni interpersonali a tal punto da far perdere al soggetto il contatto con la realtà”, conclude Marino. “Avere passione per un libro, una serie televisiva o un autore è un’esperienza positiva e arricchente. Ma quando questa passione diventa esclusiva, totalizzante, e soprattutto quando passa l’idea che l’autore ‘debba’ qualcosa al lettore/spettatore o che i personaggi siano proprietà personale di chi ne fruisce, allora si entra in un territorio delicato. Anche le relazioni ‘a distanza’ con gli autori, che nella nostra epoca vengono anche alimentate e amplificate dai social e dai media, possono diventare molto intense e a volte illusorie. Il rischio è che si crei un’aspettativa irrealistica, che può sfociare in rabbia o delusione qualora non venga soddisfatta”.