Editoriale: Primo

La prima volta

Primo
di Emanuele Guerrini

I primati possono raccontare conquiste e progressi, ma anche record che sarebbe meglio non raggiungere. Non tutte le prime volte hanno lo stesso valore: alcune segnano conquiste importanti, altre invece sono segnali di un cambiamento che potremmo evitare. Un primato, insomma, non è sempre qualcosa da celebrare: può anche essere un campanello d’allarme, il segno che abbiamo oltrepassato un limite

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Essere primi può essere una conquista. Lo sappiamo bene nello sport, dove arrivare primi significa aver corso più velocemente, saltato più in alto, segnato più punti degli altri. Lo sappiamo nella ricerca, quando una scoperta apre una strada mai percorsa prima, e nell'innovazione, quando qualcuno ha il coraggio e la capacità di fare qualcosa per la prima volta. In questi casi, il primato non è soltanto un numero: è la traccia lasciata da chi ha spostato un po' più avanti il confine del possibile.

Ma esistono anche primati che forse non dovremmo raggiungere.

Lo scorso agosto ne abbiamo avuto un esempio significativo. Agosto 2026 è stato il più caldo mai registrato per il mese a livello globale, con una temperatura media della superficie terrestre di 16,96 °C; 0,85 °C sopra la media del periodo 1991-2020. È stato inoltre, a pari merito con luglio 2023, il mese più caldo mai osservato a livello globale, considerando tutti i mesi dell'anno.

E anche in Italia il 2026 ha lasciato un record che sarebbe difficile considerare un motivo di orgoglio: secondo le analisi dell’Istituto per la bioeconomia del Cnr, l'estate 2026 è stata la più calda della serie storica italiana dal 1950, con una temperatura media nazionale di 24,3 °C a due metri dal suolo.

Ecco allora che la parola “primo” assume un significato diverso. Perché un primato non è necessariamente qualcosa da inseguire. Dipende da ciò che stiamo misurando. Essere i primi a scoprire, inventare, curare, comprendere, migliorare è una cosa. Essere primi nel consumo di risorse, nelle emissioni, nelle temperature o nella perdita di biodiversità è tutt'altra.

È un po' come il detto secondo cui “c'è sempre una prima volta”. È vero che ogni esperienza, ogni scoperta, ogni cambiamento ha avuto un inizio. Ma non significa che ogni prima volta sia inevitabile, né che dobbiamo necessariamente sperimentarla per sapere che cosa comporta.

La scienza, del resto, serve anche a questo: non soltanto a raccontarci ciò che è già accaduto, ma a permetterci di comprendere ciò che potrebbe accadere. I dati climatici ci mostrano che cosa sta succedendo; i modelli ci aiutano a capire che cosa potrebbe succedere; la ricerca può indicare quali scelte possono modificare quella traiettoria.

E allora forse la domanda da porsi non è soltanto “quale sarà il prossimo record?”, ma anche “quali record possiamo evitare?”. Perché alcune prime volte hanno il fascino della scoperta. Altre, invece, hanno quello molto meno rassicurante di un campanello d'allarme.

Lo stesso interrogativo riguarda oggi anche l'Intelligenza artificiale. La corsa a sistemi sempre più potenti e autonomi sta alimentando nuovi timori tra gli stessi ricercatori che li sviluppano: non soltanto per gli usi malevoli, ma per la possibilità che capacità crescenti rendano più difficile prevederne e controllarne il comportamento. Anche in questo caso, dunque, il primato tecnologico non può essere un obiettivo fine a sé stesso: quanto più velocemente avanziamo, tanto più importante diventa chiederci se siamo pronti a governare ciò che stiamo creando.

La sfida potrebbe essere allora questa: primeggiare dove significa far avanzare la conoscenza e migliorare la vita, evitando i primati che rendono il Pianeta più fragile e povero.

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