Editoriale: Tempo

Tempus fugit

Sveglia
di Emanuele Guerrini

L’Almanacco della Scienza dedica il nuovo numero al tempo, tema vasto e affascinante che attraversa la nostra esperienza quotidiana e molti ambiti della ricerca: dalla salute al clima, dalla percezione individuale alle tecnologie, dalla chimica all’arte

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Il tempo è una delle esperienze più familiari e, insieme, più difficili da definire. Lo nominiamo continuamente, lo misuriamo, lo perdiamo, lo inseguiamo, lo rimpiangiamo. Ne parliamo come di qualcosa che scorre, passa, manca, cura, consuma. Eppure, appena proviamo a fermarlo in una definizione, sfugge. È la cornice dentro cui collochiamo la nostra vita, ma è anche una dimensione che cambia a seconda dello sguardo con cui la osserviamo: biologico, psicologico, sociale, ambientale, tecnologico, artistico.

Per questo l’Almanacco della Scienza dedica il nuovo numero al tempo, tornando su un tema già affrontato in passato e che, proprio per la sua ricchezza, merita di essere osservato ancora da prospettive nuove. In questi anni sono cambiate molte cose: il nostro rapporto con le tecnologie digitali si è fatto più stretto, l’attenzione alla salute e alla prevenzione è cresciuta, la crisi climatica è diventata sempre più evidente, il modo in cui consumiamo oggetti, informazioni e relazioni si è ulteriormente accelerato. Tornare sul tempo significa, in fondo, tornare su noi stessi e sul mondo che stiamo costruendo.

Nella vita quotidiana il tempo appare prima di tutto come successione: passato, presente e futuro. Organizziamo le giornate, ricordiamo ciò che è stato, immaginiamo ciò che verrà. Ma questa scansione ordinata è solo una parte della questione. Il tempo non è percepito da tutti nello stesso modo. Ci sono attese che sembrano interminabili e momenti felici che passano in un attimo, ci sono età della vita in cui il futuro sembra lunghissimo e altre in cui il passato acquista più peso, ci sono condizioni psicologiche, emotive e neurologiche che modificano il modo in cui sentiamo la durata degli eventi.

C’è poi il tempo del corpo. Il nostro organismo non è indifferente all’alternanza tra luce e buio, sonno e veglia, attività e riposo. Lo sperimentiamo quando cambiamo fuso orario e il jet lag disallinea il nostro orologio biologico, ma anche quando abitudini irregolari, lavoro, stress o uso prolungato degli schermi interferiscono con i ritmi fisiologici. In questa prospettiva, parlare di tempo significa parlare anche di salute. E significa ricordare il valore della prevenzione: intervenire prima che la malattia si manifesti in modo evidente è un modo intelligente di abitare il tempo, agendo nel presente per proteggere il futuro.

Il tempo entra anche nelle relazioni sociali. I nuovi mezzi di comunicazione hanno cambiato la velocità e la forma dell’interazione umana. Messaggi istantanei, notifiche, piattaforme digitali e connessioni continue hanno ridotto molte distanze, ma hanno anche trasformato l’attesa, l’attenzione e la disponibilità reciproca. Siamo più raggiungibili, ma non sempre più presenti. Possiamo comunicare in tempo reale con persone lontane, ma rischiamo di frammentare il tempo dell’ascolto e del confronto.

Vi è poi un tempo degli oggetti. In un’economia che spinge spesso alla sostituzione rapida, la durata dei prodotti non è solo una questione tecnica, ma anche culturale e ambientale. L’obsolescenza programmata, riducendo la vita utile di ciò che acquistiamo, incide sui consumi, sui rifiuti, sulle risorse, sul nostro modo di attribuire valore alle cose. Chiedersi quanto debba durare un oggetto significa chiedersi anche che rapporto vogliamo avere con la materia, con l’ambiente e con il futuro.

Il tempo, naturalmente, è anche quello atmosferico. Nella lingua italiana usiamo la stessa parola per indicare il fluire degli istanti e le condizioni meteorologiche: “che tempo fa?”. Ma tempo e clima non sono sinonimi. Il primo riguarda ciò che accade nell’atmosfera in un momento e in un luogo determinati; il secondo descrive andamenti e tendenze su periodi lunghi. Distinguere i due piani è essenziale, soprattutto in un’epoca in cui il cambiamento climatico rende più urgente una corretta comprensione dei fenomeni ambientali.

Infine, c’è il tempo delle opere, della memoria e della conservazione. Le opere d’arte moderne realizzate con materiali innovativi pongono sfide nuove: alcune materie si degradano, cambiano aspetto, reagiscono all’ambiente in modi inattesi. Conservare non significa fermare il tempo, impresa impossibile, ma comprenderne gli effetti e decidere come custodire ciò che una società ritiene importante tramandare.

Questo numero dell’Almanacco della Scienza attraversa dunque molte forme del tempo, con il contributo delle ricercatrici e dei ricercatori del Cnr. Non per chiudere un tema, ma per aprirlo ancora una volta. Tempus fugit, dicevano gli antichi: il tempo passa, cambia le cose e cambia noi. Comprenderlo meglio non significa, ahimè, fermarlo; ma imparare ad abitarlo con maggiore consapevolezza.

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