Indicatori di effetto serra
Per affrontare il riscaldamento globale è essenziale capire quanto le singole attività umane contribuiscano alle emissioni di gas serra. Per farlo si utilizza l’impronta di carbonio, un indicatore che misura in modo sistematico la quantità totale di CO₂ e di altri gas serra emessi nell’atmosfera. Ce ne parla Lidia Armelao, ricercatrice e direttrice del Dipartimento scienze chimiche e tecnologie dei materiali del Cnr
L’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) parla chiaro: le emissioni di gas serra di origine antropica sono la principale causa dell’aumento della temperatura media globale. Per capire quali azioni possono ridurre più efficacemente le emissioni servono strumenti affidabili e condivisi. Tra questi, l’impronta di carbonio - o carbon footprint - è oggi uno degli indicatori più utilizzati per misurare gli impatti sul clima di persone, prodotti, aziende e interi Paesi. Lidia Armelao, direttrice del Dipartimento di scienze chimiche e tecnologie dei materiali (Dsctm) del Consiglio nazionale delle ricerche, ce ne illustra caratteristiche e utilità: “Nel decennio 2011-2020 la temperatura media atmosferica del Pianeta è aumentata di circa 1,1°C rispetto all’era preindustriale. L’impronta di carbonio ci aiuta a capire quanto i singoli processi e prodotti incidano su questo andamento e a scegliere come intervenire al meglio per frenarlo”.
A determinare l’aumento della temperatura è lo squilibrio tra l’energia solare assorbita dalla Terra e quella riemessa nello spazio sotto forma di radiazione infrarossa. Alcuni gas presenti nell’atmosfera - i gas serra - trattengono parte di questa radiazione, contribuendo a mantenere stabile la temperatura del Pianeta, preservando così la vita stessa. L’aumento delle emissioni dovuto alle attività umane sta però intensificando questo effetto naturale.
“Il gas più impattante è l’anidride carbonica (CO₂), per via dell’enorme quantità emessa ogni anno, ma contribuiscono al riscaldamento atmosferico anche metano (CH₄), protossido di azoto (N₂O) e diversi gas fluorurati, utilizzati per esempio nei sistemi di refrigerazione o nell’industria elettronica”, precisa Armelao. “Per confrontare il loro impatto si usa la misura della CO₂ equivalente. In termini di effetto serra, una tonnellata di metano equivale a 24 tonnellate di CO₂, mentre una tonnellata di protossido di azoto corrisponde a circa 298 tonnellate di CO₂”.
L’impronta di carbonio può essere calcolata a vari livelli, ci spiega la ricercatrice: “Anche quella dei singoli cittadini può essere stimata con l’uso di strumenti che valutano le emissioni individuali, per esempio quello offerto online dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti (Epa), che distingue i contributi suddividendoli tra energia domestica, trasporti e rifiuti. Le emissioni stimate dipendono dallo stile di vita, dal tipo di consumi e anche dal luogo in cui si vive. Per dare un’idea dei numeri in gioco, nel 2023 le emissioni pro capite dell’Unione Europea erano pari a circa 9,1 tonnellate di CO₂ equivalente all’anno. L’impronta di carbonio può essere calcolata anche per singoli prodotti o servizi, considerando l’intero ciclo di vita: produzione, utilizzo e smaltimento. L’approccio è noto come ‘from cradle to grave’, spesso realizzato tramite la Life Cycle Assessment (Lca), una metodologia che valuta gli impatti ambientali in tutte le fasi della filiera. Per aziende e organizzazioni si può utilizzare il Ghg Protocol, che suddivide le emissioni in tre categorie: dirette (come il carburante consumato), indirette, legate all’energia acquistata, e altre emissioni indirette, come quelle associate alle materie prime o ai servizi esterni”.
Sebbene il termine sia divenuto quasi di uso comune, determinare l’impronta di carbonio può essere molto complesso. “Le difficoltà dipendono dai diversi protocolli disponibili, dalla complessità dei processi, dai metodi di misura della concentrazione dei gas serra e dai database utilizzati, oltre che dal peso che si decide di dare alle azioni dei singoli”, conclude Armelao. “Nonostante queste sfide, l’impronta di carbonio resta uno strumento essenziale per guidare politiche pubbliche, strategie aziendali e scelte individuali verso una reale riduzione dell’impatto climatico”.
Fonte: Lidia Armelao, Dipartimento scienze chimiche e tecnologia dei materiali, lidia.armelao@cnr.it; Alessia Famengo, Istituto di chimica della materia condensata e di tecnologie per l’energia, alessia.famengo@cnr.it