Quando la natura si riprende i suoi spazi
Le città sono il simbolo per eccellenza della presenza umana, luoghi modellati da cemento, infrastrutture e attività che trasformano profondamente l’ambiente naturale. Ma cosa accade quando questa presenza viene meno improvvisamente? Le città fantasma, abbandonate per guerre, disastri o crisi economiche, rappresentano un laboratorio naturale unico per osservare come la natura riconquisti gli spazi urbani. Ce lo racconta Francesca Bretzel, ricercatrice dell’Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri del Cnr
Le città rappresentano l’ambiente antropizzato per eccellenza, in cui l’azione umana modifica profondamente tutte le componenti naturali: acqua, suolo, aria, fauna e flora. Questa trasformazione si manifesta attraverso molteplici processi, come sversamenti nel suolo e nelle acque, accumulo di plastiche e materiali edili, emissioni gassose in atmosfera e alterazione del microclima dovuta alla presenza di superfici artificiali e riflettenti che trattengono il calore. Anche il suolo subisce impatti significativi: il calpestamento continuo ne provoca la compattazione, mentre il cosiddetto sealing, cioè l’impermeabilizzazione, interrompe gli scambi con il suolo, compromettendone la fertilità e la funzionalità biologica.
Anche la flora e la fauna risentono profondamente della presenza urbana. La costruzione delle città comporta la distruzione degli habitat originari e la modifica delle condizioni ambientali, ma allo stesso tempo crea nuovi ambienti in cui alcune specie riescono a insediarsi stabilmente. “Gli ecologi definiscono questi contesti novel habitat e novel ecosystems: ecosistemi inediti, formati da combinazioni di specie autoctone e alloctone che raggiungono una loro forma di equilibrio”, spiega Francesca Bretzel, ricercatrice dell’Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri (Iret) del Consiglio nazionale delle ricerche. “Un esempio ormai familiare è quello del parrocchetto dal collare, il pappagallino verde oggi comune in molte città europee, che ha trovato negli ambienti urbani una nicchia stabile, nidificando nelle cavità degli alberi ornamentali e nutrendosi dei frutti nei parchi cittadini”.
Ma cosa accade se la specie umana smette improvvisamente di gestire questi spazi? Le città fantasma presenti nel mondo permettono di osservare questo processo in modo diretto. “Il caso più noto è quello di Pripyat, in Ucraina, evacuata nel 1986 dopo l’incidente nucleare di Chernobyl. Nel giro di pochi decenni la vegetazione ha invaso strade e edifici, gli alberi sono cresciuti attraverso l’asfalto e numerose specie animali sono tornate nell’area, tra cui lupi, cervi e alci. Sebbene la radioattività continui a influenzare gli ecosistemi, la drastica riduzione della presenza umana ha favorito il ritorno della fauna selvatica”, afferma la ricercatrice. “Un altro esempio è Hashima, in Giappone, un’ex città mineraria costruita su un’isola e abbandonata negli anni Settanta. Qui il degrado degli edifici e l’assenza di manutenzione hanno permesso alla vegetazione di colonizzare tetti, muri e spazi interni. Anche la città di Kolmanskop, in Namibia, mostra una dinamica altrettanto spettacolare: nel deserto, l’assenza dell’uomo ha consentito alle dune di sabbia di invadere progressivamente le abitazioni, dimostrando come anche gli elementi fisici possano riconquistare rapidamente lo spazio urbano”.
Ci sono poi le shrinking cities, città che subiscono il fenomeno dello spopolamento, in zone una volta altamente popolate, come Detroit negli Stati Uniti, che si è svuotata a causa del declino dell’industria dell’auto. Nuove strategie di pianificazione urbana considerano questi luoghi occasioni per sperimentare tipi di sviluppo alternativi, ad esempio convertendo i luoghi abbandonati e già invasi dalla vegetazione in parchi e orti sociali, per promuovere l’autosufficienza economica.
Durante la pandemia di Covid-19 il mondo ha osservato una versione temporanea di questi fenomeni. La sospensione delle attività e della manutenzione urbana ha favorito la crescita spontanea di erbe e piante lungo strade e marciapiedi. “Tuttavia, in quel breve intervallo di tempo la vegetazione è rimasta agli stadi ecologici più precoci, senza lo sviluppo di alberi o arbusti, perché l’ambiente urbano interrompe continuamente l’evoluzione naturale delle comunità vegetali”, chiarisce Bretzel.
Nel suolo delle città esiste una ricchissima banca del seme. Le aree urbane sono crocevia di persone, mezzi e animali, tutti agenti inconsapevoli di dispersione, ai quali si aggiungono vento e acqua come ulteriori vettori naturali. Il potenziale floristico delle città è quindi enorme e diventa evidente solo quando la pressione umana si riduce in modo significativo, non per pochi giorni o settimane, ma per anni, decenni o addirittura generazioni.
Ciò che emerge dagli esempi citati è che la natura non “ricostruisce” il paesaggio originario precedente all’urbanizzazione. “Non torna il bosco che esisteva prima della città, ma nasce qualcosa di nuovo: ecosistemi inediti, formati da specie native, introdotte e naturalizzate che convivono in configurazioni mai osservate prima. Le superfici artificiali vengono gradualmente degradate da muschi, funghi e radici; gli edifici diventano rifugi per animali e il microclima urbano cambia grazie alla presenza crescente della vegetazione. La domanda aperta riguarda soprattutto il tempo necessario a questo processo. Le prime erbe possono emergere dall’asfalto in pochi mesi, gli arbusti comparire in pochi anni, mentre la formazione di ecosistemi complessi richiede tempi più lunghi. Le città fantasma mostrano però con chiarezza un aspetto fondamentale: quando gli umani scompaiono, la natura non resta immobile ad aspettare, ma ricomincia immediatamente a colonizzare gli spazi lasciati liberi e a trasformarli”, conclude l’esperta.
Fonte: Francesca Bretzel, Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri, francesca.bretzel@cnr.it