La forza della clessidra
Nel film “Manchester by the sea", il protagonista Lee Chandler si allontana dai suoi luoghi dopo avere accidentalmente causato, da ubriaco, la morte dei propri figli. E a Manchester by the sea tornerà per stare vicino al fratello infartuato, che non riuscirà però a rivedere vivo. Così Lee sarà costretto a fare i conti con un nuovo presente, doloroso, portandosi dietro il fardello di un passato insopportabile e irrisolto. Con Anna Lo Bue, neuropsichiatra dell’Istituto di farmacologia traslazionale del Cnr, abbiamo parlato del lutto in senso ampio e di come venga affrontato psicologicamente dall’individuo
Nella pellicola “Manchester by the sea”, Lee Chandler è il portiere di uno stabile di Boston che svolge diverse mansioni per raggranellare qualche dollaro in più. È un uomo solitario e alcolizzato, iroso e angustiato da un trascorso tragico che lo ha spinto a lasciare Manchester by the sea, la cittadina che dà il titolo al film del regista americano Kenneth Lonergan, nel quale si racconta la storia di Lee, personaggio interpretato da Casey Affleck, premiato con l’Oscar come migliore attore protagonista. La pellicola, che ha ricevuto anche un Oscar per la sceneggiatura e altre quattro candidature (film, regista, attore e attrice non protagonisti), riporta nella vita di Lee Chandler un passato che di fatto non lo ha mai abbandonato, nel momento in cui decide di tornare a Manchester by the sea per assistere il fratello Joe, colpito da un attacco di cuore che si rivelerà poi fatale. Un passato in cui sono scomparsi i suoi tre giovani figli, morti in conseguenza di un incendio colposo da lui causato, che ancora pesa tremendamente nella sua vita.
“In ambito psicologico, il lutto è l’insieme delle reazioni emotive, cognitive, fisiche e comportamentali che una persona sperimenta in risposta alla scomparsa di una figura significativa, un processo dinamico nel corso del quale la mente prova a riorganizzarsi e trovare un nuovo assetto. Ma il lutto non riguarda solo la morte di persone care, come raccontato nel film di Lonergan. In senso più generale, è da intendersi come la perdita di un legame importante, il momento nel quale termina un rapporto affettivo, venendo meno un ruolo e una parte della propria identità, così come rappresentata all’interno di quella dinamica relazionale. Tuttavia, se nel lutto per morte la perdita è chiara e definitiva, in quello che viene definito lutto simbolico, o affettivo, la perdita è spesso ambigua, perché l’altra persona continua a esistere ma non nel modo desiderato. Dal punto di vista del soggetto colpito il rapporto è potenzialmente riattivabile, perché si continua a coltivare la speranza che l’altro possa prima o poi tornare, e anche per questo motivo è un lutto talvolta più complesso da superare”, commenta Anna Lo Bue, neuropsichiatra dell’Istituto di farmacologia traslazionale (Ift) del Cnr.
Il processo di elaborazione di un lutto si manifesta attraverso diversi stadi, che non hanno necessariamente uno sviluppo regolare e che non si presentano sempre con la stessa sequenza. “La psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del Novecento, ha teorizzato il modello delle cinque fasi del lutto, contraddistinto da negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. Essendo soggettiva la modalità con la quale un individuo affronta una perdita, ognuna di queste fasi può presentarsi più volte e non necessariamente in quest’ordine. La negazione rappresenta un meccanismo difensivo iniziale in un momento nel quale la perdita si presenta come una realtà troppo dolorosa da accettare e serve a proteggere temporaneamente l’individuo dallo shock emotivo. La rabbia affiora quando la persona esce dal trauma iniziale e si confronta con la realtà della perdita. È la reazione naturale alla sensazione di impotenza, che consente attivamente di trasformare il dolore in energia. Nella contrattazione, o negoziazione, chi sta vivendo il lutto ipotizza scenari alternativi, come immaginare un ritorno a un passato felice, nel tentativo di riprendere il controllo su qualcosa di irreversibile. Quando subentra la consapevolezza della perdita, invece, può palesarsi una tristezza profonda, un senso di vuoto e l’esigenza di ritirarsi socialmente. È il momento in cui si viene realmente a contatto con l’impatto emotivo della perdita. E con l’accettazione della stessa - che non presuppone un ritrovato stato di benessere per l’individuo, riconoscendo la realtà per quella che è - inizia una nuova vita nella quale non c’è più quel che si è perso”, prosegue la neuropsichiatra.
C’è una evidente relazione tra il lutto e il tempo, con quest’ultimo che si configura come un elemento in grado di attenuare la portata delle emozioni che pervadono il soggetto colpito dalla perdita. “Quando avviene un lutto, il sistema emotivo dell’individuo si ritrova in una sorta di stato d’allarme. Con il trascorrere del tempo il cervello riduce l’attivazione emotiva e comincia così una riorganizzazione dell’identità, in assenza della persona amata. Tuttavia, non si tratta di un processo lineare, poiché il lutto può complicarsi o prolungarsi, ad esempio, nei casi di perdite improvvise, relazioni ambivalenti o irrisolte, oppure per condizioni depressive preesistenti. Ma proprio il tempo aiuta a ricostruire abitudini, ruoli e significati: non si può tornare come prima, ma si può istituire una nuova normalità. Per dirla come Colin Murray Parkes, psichiatra britannico, la perdita non cambia solo ciò che proviamo, ma cambia anche il modo in cui siamo nel mondo”, conclude Lo Bue.