La bellezza fragile del mondo: un invito al cambiamento
Climate artist e Goodwill ambassador del progetto Sea Beyond del Gruppo Prada, Enzo Barracco intreccia arte e attivismo scientifico, ponendo al centro del suo lavoro di ricerca fotografica la bellezza e la fragilità del nostro Pianeta. Lo abbiamo incontrato a Roma dove è allestita la mostra “Due sguardi sull’Artico a confronto”, un inedito parallelo tra passato e presente della regione polare che fu teatro delle imprese dell’esploratore Umberto Nobile
Dall’alta moda agli ambienti naturalistici più estremi, lo sguardo di Enzo Barracco è quello di un professionista che non smette di stupirsi di fronte alla bellezza e utilizza la forza della fotografia per fissarla in immagini. Fotografo già candidato agli Emmy, dieci anni fa ha lasciato il mondo del fashion per orientare la sua ricerca verso la natura ed esplorare temi urgenti come la fragilità degli ecosistemi e il cambiamento climatico, documentati attraverso spedizioni ai Poli, alle isole Galapagos e alle Hawaii. Ne sono conseguiti i volumi fotografici "The noise of ice: Antarctica, The skin of rock: Galapagos" e "The blue on fire: Hawaii", tutti realizzati con il sostegno del Gruppo Prada nell’ambito del progetto di sensibilizzazione ambientale Sea Beyond, di cui è Goodwill ambassador.
L’ultimo impegno sul campo lo ha portato in Alaska e al Circolo Polare Artico, a ripercorrere i luoghi dove un secolo fa l’esploratore italiano Umberto Nobile compiva la sua prima, storica trasvolata a bordo del Dirigibile Norge. Ne sono scaturiti il libro fotografico "The fight of the forest: Alaska" (presentato durante l’evento di celebrazione del Centenario del primo sorvolo del Polo Nord organizzato a Roma il 13 e 14 aprile da Cnr, Aeronautica Militare e Gruppo Prada) e la mostra fotografica “Due sguardi sull’Artico a confronto”, allestita al Museo storico dell’Aeronautica militare di Vigna di Valle, aperta al pubblico fino al 31 maggio 2026. L’esposizione accosta gli scatti storici dell’esplorazione del generale Nobile a immagini contemporanee, trasformando la memoria dell’impresa di Nobile in un monito più che mai attuale sulla necessità di proteggere il mondo che ci circonda e, appunto, la sua bellezza.
Da New York, dove oggi vive e lavora, Enzo Barracco divide la sua attività tra la ricerca artistica -alcune sue opere fanno parte di collezioni permanenti, ad esempio al Los Angeles County Museum of Art - e l’attivismo ambientale, in un originale percorso che racconta in modo potente le trasformazioni in atto sul nostro Pianeta, e nello stesso tempo invita alla responsabilità e all’azione. Ma il suo campo d’intervento è tutto il mondo: lo abbiamo infatti incontrato al Cnr di Roma, dove si è raccontato a un folto pubblico di studenti nella giornata di studi “Umberto Nobile: memorie di aria e fuoco”.
Lei nasce come fotografo di moda: come è arrivato, oggi, a occuparsi di ambiente e sostenibilità? Ci racconta il perché di questa scelta e come è maturata?
Per molti anni la mia vita professionale si è svolta nell’ambito dell’alta moda tra Milano e Londra, città in cui vivevo. Proprio in una libreria di Londra, quasi casualmente, ho scoperto le imprese di Ernest Shackleton, pioniere dell’esplorazione antartica, e da lì è nato in me un crescente desiderio di ritornare a contatto con la natura, esplorarla, a partire dal mare e dagli oceani, che sono la culla della vita. Sono siciliano di origine e benché abbia sempre viaggiato molto per lavoro e vissuto in grandi città, il rapporto con il mare è qualcosa di molto profondo e radicato in me, una fonte di ispirazione continua. Quando nel 2016, grazie al progetto Sea Beyond del Gruppo Prada, ho avuto la possibilità di effettuare la mia prima spedizione in Antartide la mia vita è cambiata radicalmente, e con essa la mia carriera: mi ritengo un privilegiato, perché oggi con il mio lavoro ho la possibilità di restituire quello che il mare mi ha dato attraverso progetti che uniscono arte ed educazione ambientale e culturale. È come se ogni viaggio mi desse la possibilità di animare una tela bianca con nuovi progetti e nuovi sogni.
C’è qualcosa nel suo modo di lavorare e creare che si porta dietro da quel mondo, così diverso?
Lavorare ad alti livelli nel mondo del fashion significa controllare ogni singolo dettaglio in maniera quasi maniacale, posso dire che da quel mondo ho mantenuto il senso del rigore, dell’estetica, delle linee. Ma c’è un cambio di paradigma fondamentale: se il soggetto da fotografare è la natura, non sei tu a controllarla, è piuttosto lei che controlla te. E il fotografo può solo immortalare ciò che la natura concede: ti rendi conto di essere al cospetto di qualcosa più grande, che richiede rispetto ma anche la capacità di cogliere tutta la bellezza e la potenza che possiede.
Nei libri che documentano le varie spedizioni in Antartide, alle Galapagos, alle Hawaii e oggi in Alaska, si vedono carrellate di scatti bellissimi. Non c’è il rischio che proprio la bellezza dell’immagine faccia passare in secondo piano il messaggio?
Sono affascinato dalla maestosità della natura e questo è un aspetto che cerco di far emergere nel mio lavoro focalizzandomi sulle storie positive perché le storie positive hanno la capacità di creare un cambiamento. Ogni scatto è un invito a non dare per scontata la bellezza della natura, che ha sempre uno scopo, non è mai fine a sé stessa. Questo serve a ricordarci che noi esseri umani non siamo che una piccola parte di qualcosa di molto, molto più grande. Per me, poi, la natura è anche una costante fonte di ispirazione al cambiamento, alla possibilità di rigenerarci: in questo senso l’immagine diventa mezzo per trasmettere un messaggio positivo, di fiducia, di azione. Il mio augurio è che soprattutto le nuove generazioni possano coglierlo e farsi inspirare, invitandoli ad avere curiosità verso il mondo naturale e creando un nuovo dialogo con la natura.
Molti degli scatti realizzati in Alaska potranno essere ammirati nella mostra fotografica “Due sguardi sull’Artico a confronto” allestita al Museo storico dell’Aeronautica militare di Vigna di Valle fino al 31 maggio. Qui l’Alaska di oggi è messa a confronto con il bianco e nero della spedizione condotta un secolo fa da Umberto Nobile, cosa emerge da questo confronto tra passato e presente?
Le foto di allora sono una testimonianza preziosa di passione, sacrificio, impegno: nessuno poteva conoscere il risultato finale fino a fine esplorazione e questo imponeva un grande rigore dal punto di vista tecnico, la necessità di non tralasciare nulla. Senza quegli scatti, non avremmo memoria visiva di quelle straordinarie imprese. Oggi, la tecnologia e il digitale hanno reso la fotografia più veloce, immediata, sicuramente più facile, ma noi fotografi dobbiamo essere in grado di mantenere quello stesso senso del rigore. Anche se oggi lavoro con strumenti digitali il mio approccio rimane come se lavorassi in analogico: ogni scatto è pensato con cura e attenzione. Alla fine, conta la forza dell’immagine: la fotografia non ha bisogno di traduzione, ripeto spesso, ed è questo che ancora accomuna gli scatti in bianco e nero dell’impresa del Norge di un secolo fa alle immagini digitali di oggi.
Allestimento della mostra fotografica “Due sguardi sull’artico a confronto” al Museo storico dell’aeronautica militare di Vigna di Valle (Roma). Credits: Prada Group
Testimoniare il cambiamento climatico attraverso opere artistiche e visive è proprio di molti artisti di tutto il mondo, penso a Mandy Barker o anche, molti anni prima, alla pioniera italiana Maby Navone. È più una scelta di attivismo o è il segno di un’inquietudine diffusa che il mondo artistico ha intercettato da tempo?
Gli artisti sentono da sempre il bisogno di comunicare attraverso il processo creativo il tempo in cui vivono, interpretare o decodificare la realtà in cui sono immersi, e oggi questo si traduce in una rinnovata attenzione verso l’ambiente e il nostro Pianeta sempre più a rischio. Con riferimento alla scienza, poi, il legame con l’arte parte da molto prima, pensiamo a Charles Darwin che portò disegnatori e artisti a bordo del brigantino Beagle per documentare il viaggio e le sue scoperte. Nel mio caso, invece, l’attivismo parte da un gesto d’amore: la relazione personale che ho con il mondo naturale e in particolare con il mare, un elemento per cui provo una gratitudine immensa.
C’è stato un momento sul campo che ricorda come particolarmente significativo nel vedere e raccontare il cambiamento climatico?
Se devo pensare a un momento particolare, ricordo benissimo quando, in Antartide, un’intera parete di ghiaccio è caduta di fronte a noi del team, è stato un momento molto inteso. Da lì è nato il titolo del mio progetto “The noise of Ice: Anctartica”. La copertina del libro è il simbolo più evidente della fragilità degli ecosistemi: lì per lì mi sembrava bellissima dal punto di vista estetico, in realtà stavo fotografando la lotta per la sopravvivenza di un iceberg in agonia. Al mio rientro, alcuni scienziati mi hanno spiegato, infatti, che l’iceberg si era appena ribaltato proprio a causa della fusione, dando vita una a forma spettacolare destinata, purtroppo, a durare solo poche ore prima di levigarsi completamente. Ma in ogni spedizione la natura è stata capace di stupirmi: più di recente, ad esempio, in Alaska sono stato colpito dalla velocità con cui il ghiaccio si scioglie e si scompone in mille rivoli di acqua, un fenomeno chiaramente visibile anche a chi non è esperto di ghiacci.
Immagine di copertina del libro “The noise of Ice: Anctartica”. Credits: Enzo Barracco
Quali sono i punti di forza del progetto Sea Beyond del Gruppo Prada, di cui lei è Goodwill ambassador?
Sicuramente il Gruppo Prada ha dimostrato grande visione nell’avviare questo ampio progetto che unisce arte ed educazione per uno scopo di sensibilizzazione ambientale. Sono coinvolti artisti, organismi internazionali come la Commissione oceanografica intergovernativa dell’Unesco, scienziati e istituzioni di ricerca di tutto il mondo: un'ampiezza che ha permesso a oggi di raggiungere decine di migliaia di giovani e orientarli verso una spinta al cambiamento. Sono orgoglioso di farne parte e penso che l’arte sia un mezzo formidabile per far arrivare in maniera immediata al grande pubblico le istanze ambientali.
Cosa la preoccupa di più del futuro del Pianeta e in cosa, ancora, vede speranza?
Sono un ottimista e credo molto nel potenziale delle tecnologie - così come nella creatività e nell’entusiasmo dei giovani - per favorire un cambiamento profondo della società. La mia speranza è riposta in loro ed è positiva.
Prossimi progetti?
Ancora in Italia: a ottobre sarò in Sardegna sempre nell’ambito del progetto Sea Beyond per una nuova iniziativa dedicata all’educazione all’oceano.