Ricostruire dopo un’emergenza
L’Italia convive con un rischio diffuso di eventi sismici, vulcanici, idrogeologici. Dal 2005 il Cnr è tra le strutture operative della Protezione civile con una rete di Istituti che trasforma dati, modelli e ricerca in strumenti per prevedere, gestire e ricostruire. Ne abbiamo parlato con Federica Fiorucci e Paola Salvati dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr
L’Italia è un territorio geologicamente giovane, attraversato da una fitta serie di faglie, e per morfologia, collocazione geografica e area climatica si trova al centro di frequenti eventi estremi: frane, valanghe, terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni, alluvioni. Solo nel 2024 è stata protagonista di oltre 15mila episodi sismici (1) e negli ultimi 11 anni ha visto 811 eventi climatici estremi (2). La sismicità dell’area di Pozzuoli, i fenomeni alluvionali come quelli che hanno colpito l’Emilia-Romagna nel 2023, l’innalzamento delle acque a Venezia, il distacco di una parete ghiacciata avvenuto sulla Marmolada nel 2022 sono solo esempi di alcuni dei fenomeni che hanno messo in evidenza la necessità non solo di risposte rapide nell’immediata emergenza, ma anche di strategie strutturate e condivise per la fase di prevenzione e ricostruzione. È in questo contesto che si inserisce il lavoro del Cnr, che dal 2005 fa parte delle strutture operative nazionali a cui si appoggia il Dipartimento della protezione civile (Dpc) per lo sviluppo di conoscenze scientifiche, metodologie e tecnologie utili alle attività per la messa in sicurezza delle infrastrutture e della popolazione.
Nella miriade di contributi che il Cnr fornisce, un esempio è quello portato avanti dagli esperti dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi). “La struttura ha accumulato esperienza a partire dal terremoto dell’Umbria-Marche del 1996, passando per quello avvenuto in Abruzzo nel 2009, fino al sisma dell’Italia Centrale del 2016”, spiega Federica Fiorucci del Cnr-Irpi di Perugia, che insieme ai colleghi ha lavorato alle attività connesse alla valutazione delle aree più idonee in cui collocare le abitazioni provvisorie per gli sfollati e senzatetto a seguito di questi devastanti eventi sismici. Primo passo, non solo per la riparazione urbana, ma soprattutto per la ricostruzione di una comunità ferita.
“I siti dove posizionare le strutture temporanee vengono individuati dai Comuni e trasmessi al Dipartimento della protezione civile. A sua volta, il Dipartimento li sottopone alla valutazione da parte dei ricercatori dell'Irpi al fine di definirne l’idoneità geomorfologica e idraulica. L’analisi considera in particolare l’esposizione a pericoli quali frane, colate detritiche e fenomeni di alluvionamento, e si conclude, ove necessario, con l’indicazione di prescrizioni e condizioni utili alla messa in sicurezza delle aree selezionate. Questo lavoro comporta una stretta collaborazione tra i ricercatori impegnati nei sopralluoghi e il personale in sede, al fine di elaborare nel più breve tempo possibile - in genere entro le 48 ore - le relazioni tecniche richieste dal Dpc”, continua Fiorucci. “Durante l’ultima emergenza sismica, ad esempio, il nostro Istituto ha analizzato un totale di 219 siti, distribuiti in 43 comuni del cratere e solo nel corso del primo anno di attività ha impegnato 26 ricercatori, per oltre 1.300 giornate lavorative. Le aree individuate per l’installazione delle strutture emergenziali possono, una volta conclusa la loro funzione temporanea, trasformarsi in spazi di nuova espansione urbana e diventare parte integrante del rinnovato tessuto insediativo. Inoltre, la possibilità di mantenere le comunità sul territorio colpito è fondamentale per evitare che le aree interessate dal sisma subiscano processi di spopolamento. In questa prospettiva, la ricostruzione non si configura soltanto come intervento materiale sul costruito, ma anche come processo di ricomposizione sociale e territoriale”.
Se l’Irpi concentra la propria attività sul rischio idrogeologico e sui fenomeni franosi, identificando processi di innesco, definendo soglie idrometeorologiche, nonché mappando e valutando in tempo reale la situazione, a fornire un contributo alle operazioni del Dpc partecipano anche altri Istituti del Cnr. “Nel sistema nazionale della Protezione civile il Cnr mobilita una rete di Istituti che coprono praticamente tutti i grandi rischi naturali e ambientali del Paese”, commenta Paola Salvati, della sezione di Perugia del Cnr-Irpi.
Il decreto del capo dipartimento del 24 luglio 2013, individua i centri di competenza (3). L’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) lavora sui fenomeni meteo-climatici, sviluppa modelli previsionali e strumenti per intercettare eventi intensi con radar, satelliti e reti di monitoraggio. L’Istituto di metodologie per l’analisi ambientale (Imaa) punta sulle tecnologie di osservazione della Terra come dati satellitari e sistemi Ict per monitorare il rischio di incendi, siccità o nubi vulcaniche. Per le emergenze idriche entra in campo l’Istituto di ricerca sulle acque (Irsa), che si occupa di crisi, contaminazioni, vulnerabilità delle falde acquifere e protezione delle fonti potabili. Il rischio sismico è seguito in particolare dall’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria (Igag), che lavora su microzonazione sismica e modellazione della pericolosità, fornendo strumenti per la pianificazione e la gestione post-evento. Sempre in ambito geofisico e di monitoraggio del territorio opera, inoltre, l’Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente (Irea), specializzato nell’analisi dei dati satellitari per misurare spostamenti del suolo e deformazioni legate a terremoti, frane o attività vulcanica. Per quanto riguarda edifici e infrastrutture, l’Istituto per le tecnologie della costruzione (Itc) si occupa di vulnerabilità sismica, valutazioni di agibilità e supporto tecnico alla ricostruzione. L’Istituto per la bioeconomia (Ibe) analizza gli effetti del cambiamento climatico, sviluppa proiezioni regionali e sistemi previsionali stagionali su siccità e scarsità idrica. Infine, l’Istituto di scienze e tecnologie per l’energia e la mobilità sostenibili (Stems) lavora su incendi, esplosioni e sicurezza degli impianti energetici e industriali, sviluppando modelli e strumenti per la prevenzione e la mitigazione dei rischi.
Insieme, queste strutture forniscono un supporto fondamentale e decisivo per la Protezione Civile, che grazie ai modelli, alle mappe, ai dati e agli scenari forniti dal lavoro sinergico dei ricercatori dei vari ambiti può prevedere, prevenire e affrontare le emergenze con basi scientifiche solide e aiutare a ricostruire quello che si è perso.
Fonte: Federica Fiorucci, Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, federica.fiorucci@irpi.cnr.it; Paola Salvati, Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica , paola.salvati@irpi.cnr.it
- https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa/comunicati-stampa/terremoti-nel-2025-localizzati-in-italia-oltre-15-000-eventi
- https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/report-cittaclima-in-italia-negli-ultimi-11-anni-oltre-800-eventi-estremi-in-ritardo-i-piani-di-adattamento
- https://www.cnr.it/it/accordi-partnership/documento/954/accordo-quadro-cnr-dpc-versione-finale-signed-signed-prot.pdf