Faccia a faccia

Dipendenze, che fare?

Gianni Ippoliti
di A. C.

Eclettico, ironico e da sempre attento al lato civile del mezzo televisivo, in questa intervista, Gianni Ippoliti parte dall’esperienza di “Genitori che fare?”, il programma che conduce su Rai2, dedicato alle nuove e vecchie dipendenze giovanili, per allargare lo sguardo su alcune delle trasformazioni più profonde della società contemporanea: il ruolo pervasivo di social e smartphone, la solitudine e la fragilità degli adolescenti, le difficoltà educative dei genitori, ma anche il rapporto sempre più complesso tra televisione, informazione e nuove generazioni

Pubblicato il

Autore e conduttore da sempre attento alla dimensione sociale della televisione, Gianni Ippoliti è una voce fuori dagli schemi del panorama mediatico italiano, capace di unire informazione, ironia e impegno civile. In questa intervista parte da “Genitori che fare?”, la trasmissione che conduce su Rai2, per affrontare uno dei temi più urgenti del presente: le dipendenze giovanili, dalla droga all’alcol, fino a quelle più silenziose e pervasive legate a social e smartphone.

È impegnato su Rai2 con la trasmissione “Genitori che fare?”. Quali sono i temi che vi stanno a cuore in questo progetto?

È una trasmissione che affronta il tema delle dipendenze giovanili attraverso il confronto in studio tra genitori e ragazzi (non imparentati tra loro) e il contributo di esperti - medici, psicoterapeuti e scienziati -, che offrono un quadro basato sui dati.
Il titolo richiama il programma Rai “Droga, che fare?”, nato nel 1981 in piena emergenza droga e premiato anche dal presidente Pertini. Non è più andato in onda, ma l’emergenza non è affatto finita: la prima assunzione avviene spesso già a undici anni, con conseguenze gravi e irreversibili su un cervello ancora in sviluppo. Oggi poi ci sono anche altre dipendenze, molto più insidiose perché poco riconoscibili, come, ad esempio, la dipendenza dai social. Quindi parliamo di dipendenze e di interdipendenze, dato che diversi tipi di dipendenze possono essere connessi tra loro. Questo è un programma che non avrei mai voluto fare, perché significa che c'è una situazione drammatica in atto.

Rappresenta quindi uno strumento utile per i genitori che si trovano ad affrontare queste nuove dipendenze

Questa è l'unica trasmissione che vuole dare un aiuto ai genitori che non sanno minimamente come iniziare ad affrontare il problema dell'isolamento dei ragazzi, il problema della violenza del branco, delle violenze gratuite, il problema delle dipendenze alimentari sbagliate, il problema dell'alcol e della guida insicura, il problema dei social e quello della droga. Sono tantissime e sono tutte interdipendenze, perché poi la vera regina di tutte è la dipendenza da social e cellulare.

genitori che fare

Social e smartphone però sono ormai parte integrante della vita quotidiana. In questo scenario, com’è cambiato oggi il rapporto tra televisione e pubblico? La tv rischia di diventare un mezzo riservato solo agli adulti e agli anziani, oppure può ancora parlare alle nuove generazioni?

Considerando l’uso che i ragazzi fanno di social e smartphone  - in media tra le 6 e le 8 ore al giorno - resta ben poco tempo per il resto. Così la televisione finisce per essere seguita soprattutto da chi ha abitudini diverse. Non è una questione di dimestichezza tecnologica - ormai anche le nonne usano WhatsApp -, ma di tempo e di priorità: manca spazio non solo per la tv, ma anche per lo sport e per tutte quelle attività che non prevedono di stare chiusi in camera con il cellulare in mano.

Nel suo lavoro ha spesso mescolato informazione e satira, con rassegne stampa molto ironiche: come vede l’evoluzione della comunicazione anche da questo punto di vista, l’informazione è ormai in declino irreversibile?

L'informazione una volta era diffusa attraverso i giornali. Ora le edicole chiudono. Le poche aperte non hanno più un orario. Tutta l'informazione ormai passa attraverso i siti web dei quotidiani. Non si vede un ragazzo con un quotidiano in mano, neanche un quotidiano sportivo. Ci troviamo nella stessa situazione che si creò con l'avvento della corrente elettrica e dell’abbandono dei lumi a petrolio. Non è che è cambiata l’informazione, sono cambiate alcune tecniche per diffonderla.

Osserva e racconta il costume italiano, c’è un aspetto della società di oggi che le sembra particolarmente difficile da rappresentare in televisione?

Si può rappresentare facilmente tutto, è solo questione di volerlo fare. Noi riceviamo molte mail di persone che ci dicono “meno male che c'è un programma così perché io mamma di un ragazzino di 14 anni, che è stato pestato a sangue dai coetanei per futili motivi o bullizzato, non so più come rassicurarlo, perché non vuole più uscire di casa”. Su queste cose la televisione deve fare qualcosa di utile e di servizio. Ad esempio, qualche anno fa, a “La vita in diretta” su Rai1, in collaborazione con la Polizia di Stato, trasmettevamo una rubrica dedicata alle truffe agli anziani, come quelle delle telefonate da parte del finto carabiniere o del finto avvocato. Non ci limitavamo solo agli appelli a non aprire agli sconosciuti o a non rispondere al telefono, ma trasmettevamo le scene in diretta. Erano molto seguite e sono risultate utili per molti anziani.

Oltre alla televisione, ha scritto libri e ha realizzato anche lavori cinematografici. C'è qualche progetto che l'ha particolarmente appassionata fuori dal piccolo schermo?

Sono fiero di una cosa che è stata inventata in tema di “fair play” e di rispetto e che viene fatta in tutto il mondo. Mi è venuta in mente nel corso dei mondiali di calcio del 2006, quando all’inizio delle partite entravano le squadre tenendo per mano bambini che indossavano le maglie dei calciatori. Avendo fatto l’arbitro, ho ideato il protocollo per il quale, quando entra l’arbitro, trova un bambino vestito da arbitro. A questa cosa non ci aveva pensato nessuno. È una piccolissima cosa, che è diventata un protocollo internazionale e l’ho ideata io.

Guardando la sua esperienza, quale consiglio darebbe a chi vuole oggi lavorare nella comunicazione, nel giornalismo o nella televisione senza rinunciare però a un pensiero critico?

Il pensiero critico si può esprimere attraverso un bellissimo paradosso. Se uno si inventa un paradosso che ha come ingredienti la satira e l'ironia, riesce ad avere una propria visibilità, perché uscire dagli schemi non significa essere irriverenti, ma usare una modalità diversa per dire una cosa attraverso l'ironia

Qual è il suo rapporto con la scienza e con la tecnologia?

Io ascolto sempre la scienza, per far sì che quello che è un dato scientifico possa essere di stimolo per farsi venire idee pratiche, utili per la vita di tutti i giorni.