Le impronte sono anche in mare
A lasciare tracce in questo habitat sono i fossili. E questi segni possono essere sia di origine biologica, lasciate cioè da esseri viventi, sia abiologica, ossia generati da un’azione fisica. A parlarcene è Ester Cecere, già ricercatrice dell’Istituto di ricerca sulle acque del Cnr
Sebbene sembri impossibile, le impronte restano anche in mare. Sappiamo tutti, infatti, come vengano immediatamente cancellate le impronte che lasciamo camminando sul bagnasciuga. Ci viene difficile credere, quindi, che in mare si possano conservare delle impronte. Ma impronte, fossili ovviamente, sono presenti anche in mare.
Ricordiamo che un fossile è un qualunque resto o traccia di un organismo vissuto in passato. Non si tratta quindi soltanto di dinosauri, ma di diversi organismi appartenenti al regno animale e vegetale.
La “paleoicnologia”, la scienza che studia le tracce fossilizzate che hanno lasciato sulla terra antichi esseri viventi, ci ha abituato alle impronte di deambulazione dei giganteschi dinosauri, che almeno una volta nella vita abbiamo visto, magari in televisione.
Le tracce fossili possono essere di origini biologiche (icnofossili), cioè lasciate da esseri viventi, oppure abiologiche, dette strutture sedimentarie generate dall'azione fisica. Queste ultime non sono assolutamente meno affascinanti delle prime.
Conosciamo tutti le tipiche ondulazioni della sabbia sommersa; queste, dette in inglese “ripple marks o “ripples” (in italiano potrebbero essere chiamate “segni di increspature”), possono diventare dei veri e propri fossili. Vediamo come: nella prima fase, la sabbia fine del fondo marino forma un substrato incoerente (i terreni incoerenti sono composti da particelle sciolte, cioè separate poiché non hanno legami strutturali tra loro). Nella seconda fase, le onde e la corrente tracciano sul fondo le tipiche “ripple marks”. Nella terza fase, sul fondo marino si depositano dei fanghi che si trasformano in argille. Nella quarta fase, col passare del tempo (in senso geologico), l’argilla si trasforma in arenaria e il mare si ritira, esponendo il fondo al cielo aperto. Hanno origine, così, le ripple marks fossili. Ne sono uno splendido esempio quelle risalenti al Cretaceo che affiorano presso il Capo Berta a Diano Marina (Im).
Tuttavia, le tracce fossili di maggiore interesse in Paleontologia sono generalmente quelle che testimoniano l'attività di antichi organismi e, pertanto, sono determinanti per la ricostruzione di ambienti del passato, cioè per la Paleoecologia.
Solitamente, è piuttosto difficile capire quali animali hanno prodotto queste “piste”, essendo essi ormai estinti. L'unico modo per interpretarle è confrontarle con quelle già conosciute e prodotte da organismi viventi. Queste tracce sono dovute a diverse attività; pertanto, possono essere di riposo, di locomozione (lo sono la maggior parte delle impronte dei dinosauri), di nutrimento, di esplorazione o di abitazione (tane).
Ciottolo calcareo con tracce di gallerie scavate da antichi litodomi
Interessanti sono le tracce lasciate dalle teredini, molluschi bivalvi dal corpo vermiforme dotato di una piccola conchiglia che ne protegge solo una parte. Fino al XIX secolo, sono state l’incubo dei marinai, poiché sono in grado di scavare nel legno profonde gallerie in quanto, essendo animali xilofagi, tale materiale costituisce la loro principale fonte di nutrimento; con tali gallerie, però, compromettevano la funzionalità degli scafi. Ma non finisce qui. Negli anni trenta del XVII secolo, nell’Atlantico settentrionale, la popolazione di teredini aumentò enormemente e i temibili molluschi distrussero le dighe di legno che preservavano i Paesi Bassi dalle inondazioni, causando un ingente disastro ecologico.
Ed è proprio nel legno fossile che si conservano le gallerie delle teredini.
Sempre restando in mare, particolari sono le impronte lasciate dai “datteri di mare” (Lithophaga lithophaga (Linnaeus, 1758)), molluschi bivalvi cosiddetti per la forma e il colore che ricorda questo frutto. Vivono nelle rocce calcaree dove scavano profonde gallerie grazie a una sostanza acida che “scioglie” la roccia, da cui il loro nome scientifico composto da “litho” (pietra o roccia) e “phagus” (che mangia).
Sempre dal mare provengono piste fossili lasciate sul fondo da forme di vita epibentoniche (che vivono sulla superficie del fondo) presumibilmente limivore, che ingeriscono cioè il fango del fondo per nutrirsi delle sostanze organiche in esso contenute. A tale proposito, ricordiamo le piste lasciate da un anellide (verme), “Helminthoidea labyrinthica” che si nutriva perlustrando il fondo marino lasciando così tracce di aspetto labirintico, da cui il suo nome.
Allora, occhi aperti quando siamo vicini al mare, ma anche se siamo in montagna. È possibile infatti rinvenire fossili di organismi marini anche in montagna a causa dei processi tettonici che riguardano il movimento delle placche tettoniche, in cui è suddivisa la superficie terrestre, e delle loro interazioni. Le placche tettoniche si muovono lentamente l'una rispetto all'altra, con una velocità che varia da placca a placca e può essere di pochi millimetri all'anno fino a diversi centimetri all'anno. A seguito di questi movimenti, le rocce, che in profondità derivano dalla trasformazione di sedimenti mobili, vengono sollevate dando origine alle catene montuose. I sedimenti marini vengono così esposti in superficie, dove l'erosione esercitata dagli agenti esogeni, come precipitazioni, vento e corsi d’acqua, contribuisce ad esporre i fossili ivi contenuti.
Tuttavia, la fossilizzazione si verifica molto raramente in natura: si stima che meno dell’1% di tutte le specie che hanno popolato il Pianeta siano diventante fossili. Dopo la morte, un organismo inizia subito a decomporsi ed è abbastanza raro che possano verificarsi tutte le condizioni necessarie affinché il suo corpo possa fossilizzarsi. Infatti, è molto più probabile che tessuti e organi vengano attaccati da organismi decompositori.
Inoltre, questo fenomeno non si verifica in qualsiasi parte del mondo. Tra i più importanti giacimenti di fossili marini italiani rientra il Monte San Giorgio, situato ai piedi delle Alpi meridionali, a cavallo tra il Cantone Ticino (Svizzera) e le aree montuose in provincia di Varese. Da questo territorio sono stati estratti fino ad ora 20.000 fossili, di cui 25 specie di rettili, 50 specie di pesci, più di 100 specie di invertebrati e varie specie di vegetali. Questo territorio era ricoperto dal mare e, quando le acque erano poco ossigenate, morivano moltissimi animali. Questi finivano per adagiarsi sul fondo dove venivano ricoperti dal fango per poi fossilizzarsi.