Faccia a faccia

L’altra faccia della violenza

Daniela Poggi e Mariella Nava
di A. C.

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, fenomeno che troppo spesso è protagonista della cronaca e che, lo spettacolo teatrale “Figlio non sei più giglio”, scritto e diretto da Stefania Porrino e interpretato da Daniela Poggi e Mariella Nava, invita ad analizzare due punti di vista: la madre di un femminicida, Poggi, e la madre di un uomo apparentemente “normale”, Nava. Ne parliamo in questa intervista doppia alle due protagoniste

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Il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, che segna anche l'inizio dei "16 giorni di attivismo sulla violenza di genere". La cronaca mostra purtroppo l’attualità di questo tema e l’importanza di contrastarlo anche attraverso progetti come lo spettacolo teatrale “Figlio, non sei più giglio”, scritto e diretto da Stefania Porrino e promosso da Bottega Poggi. Le interpreti di questo melologo sono l’attrice Daniela Poggi e la musicista Mariella Nava. Porrino, Poggi e Nava sono tre donne che non si rassegnano al fatto che sentir parlare di femminicidi diventi “normale” e si interrogano su quanto si possa fare per prevenire, educare e rigenerare i rapporti tra i due sessi. Nel testo “Figlio non sei più giglio”, che si ispira al famoso “Pianto della Madonna” di Jacopone da Todi, due madri si confrontano attraverso un dialogo tra musica e prosa: Daniela Poggi è madre di un femminicida, mentre Mariella Nava è madre di un giovane apparentemente “normale”. La domanda che la madre dell’assassino rivolge insistentemente all’altra è: “L’hai mai guardato veramente negli occhi? Stai attenta a tuo figlio, osservalo bene, guardalo negli occhi!”.

Questo spettacolo affronta un tema di forte impatto sociale. Come è nato questo progetto e qual è stata l’urgenza o la scintilla che vi ha spinte a portarlo in scena?

Daniela Poggi – Purtroppo è stata la cronaca dei tanti casi di femminicidio che sono avvenuti negli anni passati e che avvengono ancora. In particolare, l'idea di portare in scena la madre di un femminicida mi è venuta perché di solito si racconta solo la storia della vittima diretta, cioè della donna che perde la vita. Quasi mai si racconta di colei che ha generato, cresciuto e amato un figlio e che ora scopre di non poterlo più riconoscere poiché si è trasformato in qualcosa di mostruoso. Ho proposto l’idea alla nostra autrice, Stefania Porrino, e a Mariella alle quali è piaciuto tantissimo e da lì è nato tutto.

Mariella Nava - La cronaca continua a fornirci storie raccapriccianti in cui, tutte noi donne, ci sentiamo un po’ vittime. Ma ognuno di noi dovrebbe chiedersi cosa può fare. Noi che siamo artiste, ci muoviamo nell'arte e ci siamo dette: cosa possiamo fare? Però non soltanto parlando del femminicidio e del dolore che procura, ma facendo qualcosa che in qualche modo possa muovere un'onda. Ci siamo accorte che non si parla quasi mai del processo educativo di ogni uomo e che, portando in scena il rapporto madre e figlio, forse si poteva offrire una nuova prospettiva. È stato proprio un pensiero di Daniela, che ha detto: io voglio recitare la parte di una madre che disperatamente si sente colpevole della colpa del proprio figlio.

Daniela Poggi

Daniela, lei interpreta la madre di un femminicida, un ruolo estremamente delicato e difficile. Come ha lavorato per entrare in questa prospettiva e per restituire umanità a un personaggio che vive una colpa non sua ma devastante?

Come donna, mi sono immedesimata nell’esperienza materna: il portare in grembo, l’allattamento, il contatto fisico intenso, a volte forse troppo possessivo verso il figlio maschio. Ho immaginato quello che poteva provare la madre di un femminicida, lavorando sui sentimenti, sui gesti, sull’osservare, ascoltare e sull’importanza dello sguardo, convinta che guardarsi negli occhi consenta di cogliere segnali e stati d’animo profondi, che spesso vengono ignorati nella nostra società, dove manca la vera relazione visiva. Io vivo ogni volta tutto perché non potrei fare altrimenti, sia come donna ma, soprattutto, come attrice.

Mariella Nava

Mariella, lei invece è la madre di un figlio “apparentemente normale”. In che modo la musica la ha aiutata a esprimere le sfumature emotive di questa madre che, pur senza colpe, vive la paura e il dubbio di “non aver visto abbastanza”?

La musica aiuta ad “aderire” bene alla vita e ai passaggi più dolorosi. Io poi sono sempre stata attenta a certe tematiche. Ho raccontato spesso quelle situazioni della vita che ci stanno strette, che non ci piacciono o che producono sofferenza, ma le ho proposte sempre in maniera risolutiva. Leggendo il testo scritto magistralmente da Stefania Porrino, è stato naturale interpretarlo. Abbiamo anche trovato delle canzoni del mio repertorio, che lei conosceva, che si adattavano molto bene a questo spettacolo. Penso al brano “Questi figli”, che ho scritto per Gianni Morandi e che parla delle madri che non riescono mai a seguire abbastanza i propri figli, oppure “Comandamento”, dove dico “non uccidere”. Questo comandamento c’è in tutte le religioni. È un monito che appartiene alla vita.

Daniela, come donna e come artista, sente oggi la responsabilità nel portare in scena storie di dolore e riscatto come questa?

La sento totalmente. La forza dell'arte, del teatro, del lavoro che ho scelto di fare da quasi ormai cinquant'anni è quella di offrire nuovi punti di vista, stimoli, riflessioni, dubbi per crescere e soprattutto per sollecitare il pensiero. Il teatro è questo, sollecitazione del pensiero e capacità di entrarti dentro, lasciandoti magari delle domande alle quali, poi, vuoi assolutamente dare delle risposte.

Mariella, nella sua esperienza, l’arte può davvero contribuire a un cambiamento culturale contro la violenza e i pregiudizi di genere? Ha percepito un’evoluzione nel modo in cui la musica o il teatro affrontano questi temi?

L'ha sempre fatto. Dico sempre perché l'artista ha questa velleità, ha questo sogno di migliorare la propria vita e, quindi, anche quella di qualcun altro. L’arte è sanante. Il problema è che, ultimamente, viene confusa con l'arte anche quello che arte non è. Secondo me, se si produce qualcosa di corrosivo, che porta verso la distruzione, la rabbia, senza soluzione, quello non può essere descritto come arte che, invece, è tale proprio perché si pone il fine di essere sanante, di cercare soluzioni e miglioramenti per la vita.

Lo spettacolo unisce musica, parola e recitazione: un linguaggio ibrido ma profondamente umano. Come dialogano le vostre due sensibilità artistiche - quella musicale di Mariella e quella teatrale di Daniela - all’interno di questo lavoro?

Daniela Poggi - In un modo perfetto, direi quasi magico. Mariella ha messo a disposizione delle canzoni che aveva già scritto e che, in base alla scrittura del testo, abbiamo inserito laddove io non pronuncio parole, ma mi abbandono ai ricordi che conservo dentro una scatola rosa: una cuffietta, le scarpine di lana o le foto di mio figlio. Lo spettacolo è un melologo in cui musica e parola sono all'unisono e non avrei potuto avere una coprotagonista migliore di Mariella, che porta la sua poesia, la sua delicatezza e la sua sensibilità per raccontare questo tema.

Mariella Nava - Dentro le mie canzoni, tante volte ho raccontato, ho portato storie, ho dato voce a personaggi che vivevano situazioni particolari. Ad esempio, in “Piano inclinato” racconto di un ragazzo che vuole vivere, vuole farcela oltre la malattia, oltre la morte. In “Spalle al muro”, che ho consegnato a Renato Zero e che è diventata famosa grazie alla sua bellissima interpretazione del Sanremo del ’91, ho parlato della vecchiaia. Insomma, ho sempre dato voce a tante storie e Daniela, che attraverso il suo teatro è sempre stata molto sensibile, mi ha dato modo di darle la mano per essere un tutt'uno in questo spettacolo.

Cosa pensate arrivi al pubblico, e in particolare ai giovani, dopo aver assistito a questo spettacolo?

Mariella Nava - È capitato di portare il nostro spettacolo anche nelle scuole e i ragazzi si sono mostrati interessati. Questi ragazzi, così immersi nei social, è come se non avessero mai abbastanza tempo per pensare a quel che fanno di giusto o di sbagliato. Io vedo che loro, anche attraverso il nostro spettacolo, un po’ lo fanno. Si vede anche nelle domande che ci rivolgono, a quello che ci propongono. È capitato che chiedessero a me a Daniela se fosse possibile “estinguere il male” o eliminare dalla propria vita alcune scelte sbagliate. Noi rispondiamo che dipende dal loro impegno, perché rispondere a un impulso è facilissimo, ma resistere a quell'impulso e rispondere diversamente alle provocazioni, quello sta alla loro volontà. Penso però che sia importante dar loro occasioni per riflettere.

Daniela Poggi – L’abbiamo verificato anche di recente in una scuola d Palermo e devo dire che è stato un incontro straordinario perché sono venute fuori tantissime domande riguardo alla violenza, allo status sociale, al contesto in cui vengono educati figli e al ruolo della madre: se deve perdonare a prescindere o se anche lei, in un certo senso, si deve sentire responsabile. Il nostro desiderio sarebbe quello di portarlo il più possibile nelle scuole e nelle università perché i temi sono tanti, dal perdono al femminicidio o all'incapacità di relazionarsi e di parlarsi e di avere nei confronti dei propri genitori un rapporto di confidenza per permettere di prevedere e prevenire attraverso un'attenzione maggiore.

In che modo, secondo voi, la scienza può contribuire a contrastare il fenomeno: studiarlo per conoscerlo e informare...

Daniela Poggi - Secondo me ogni professionista, nel proprio ambito, può cercare di capire l’origine della violenza, cosa succede in questa società, in che modo contribuire a migliorarla, anche attraverso il dialogo, la parola. È importante mettersi a disposizione, studiando, accorgendosi dell'altro. La straordinarietà dell'uso della scienza è quella di cercare di capire in che modo un gesto, un'azione potrebbe andare a ledere l'altro e quindi fermarsi in tempo. Capire cioè qual è la relazione insieme e in che modo costruire una società in cui l'altro diventi la metà di te.

Mariella Nava – Soprattutto informando perché, secondo me, più se ne parla - e in più forme diverse come scienza, arte e altre ancora - e più si possono trovare soluzioni. L’importante però è parlarne in senso risolutivo, non di semplice cronaca, altrimenti il rischio è che ci si abitui anche a questo atroce fenomeno. Bisogna invece trovare tutti insieme delle soluzioni.