Focus: Pausa

Suono e percezione: quando la pausa è più che un’assenza

Onde sonore
di Katia Genovali

Che cos'è una pausa nel suono? È possibile definirla come semplice assenza di rumore? E quando una pausa in un suono può definirsi tale? Abbiamo provato a rispondere a queste curiosità con l'aiuto di Carlo Andrea Rozzi, ricercatore dell'Istituto nanoscienze del Cnr, che spiega come le pause in un suono siano importanti per la nostra percezione al pari del suono stesso

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Le pause all’interno di un suono, sia esso un brano musicale, un rumore o un discorso, sono dei vuoti nel segnale sonoro, periodi più o meno estesi caratterizzati dall’assenza del suono stesso. Una sorta di definizione in negativo, dove una cosa inizia a esistere quando l’altra invece cessa. Eppure lo studio del suono e della percezione umana delle pause all'interno di un brano musicale ci dice che le cose sono un po’ più complesse.

“L'importanza delle pause nei vari ambiti della comunicazione sonora è dovuta alla loro funzione attiva all'interno del segnale acustico. Prendiamo per esempio l'ambito della musica, forse quello in cui le pause hanno una tale rilevanza da comparire sul pentagramma con la stessa dignità delle note musicali”, spiega Carlo Andrea Rozzi dell’Istituto nanoscienze (In) del Cnr. “Le pause sono parte della musica e, come i suoni, sono altrettanto importanti: creano aspettativa e il cervello, anche se momentaneamente non impegnato nell'elaborazione dei suoni, continua a immaginare cosa accadrà dopo. Nella storia della musica le pause sono state utilizzate in modi estremamente vari: ce ne sono di scritte e di non scritte, possono avere funzione ritmica, dinamica, drammatica, espressiva…Scendendo poi all'ambito fonetico, basti pensare a quanto l'interruzione di un parlato sia in grado di dare ritmo ed espressività a un discorso, ma anche di fornire informazioni sintattiche”.

Dietro qualcosa di così semplice da poter essere descritto come l'assenza di qualcos'altro - pausa come assenza di suono - vi sono delle caratteristiche tanto peculiari da aver destato l'attenzione di numerosi musicisti e scienziati. La prima è che il silenzio, inteso come assenza assoluta di suoni o rumori, è qualcosa che nel nostro mondo non esiste; un concetto che il compositore John Cage, vissuto nel ventesimo secolo, ha voluto spiegarci realizzando un componimento, intitolato 4'33", interamente composto da pause e nato dalle sue esperienze sperimentali. “Nel 1951 Cage visitò una camera anecoica. Dopo aver rimosso tutte le fonti di rumore esterne, cominciò a percepire i deboli rumori prodotti dal suo stesso corpo, rendendosi conto che il silenzio assoluto non esiste. Con questo brano Cage vuole far prendere coscienza di tutti gli inevitabili rumori di fondo dell'ambiente, che diventano essi stessi musica, unica e sempre diversa a ogni esecuzione. La pausa, in questo caso, è usata, in modo originalissimo, come invito a un ascolto attento e consapevole”, continua il ricercatore.

Studio musicale

Il nostro cervello è talmente abituato all'alternanza suono-pausa da arrivare a reagire con vere e proprie allucinazioni sonore dopo un tempo prolungato di deprivazione del suono, inventandosi degli stimoli sonori che non esistono.

Ma che cosa può definirsi realmente pausa per noi esseri umani? Il nostro sistema uditivo ha dei limiti fisiologici. Per prima cosa, ogni suono di intensità inferiore alla soglia di percezione umana può essere percepito come pausa: al di là della variabilità di soglia uditiva individuale, vibrazioni di pressione al di sotto di 20 μPa (due decimi di miliardesimo della pressione atmosferica), infatti, non possono essere apprezzate dal sistema uditivo umano. Il grado individuale di udibilità e percezione delle pause può inoltre variare con la frequenza, poiché onde con diverse velocità di vibrazione interagiscono in modo differente con gli elementi dell’apparato uditivo.

“Il nostro sistema uditivo percepisce solo un intervallo limitato di tutti i suoni possibili, non solo per intensità e frequenza, ma anche in relazione ai tempi di risposta. Possiamo quindi chiederci se esista un limite inferiore alla durata delle pause al di sotto del quale la pausa non può più essere percepita, e in effetti è così. Come in ogni problema relativo alla percezione, la risposta dipende sia dal soggetto sia dallo stimolo utilizzato”, prosegue Rozzi. In media, i soggetti in salute riescono a percepire pause della durata di qualche millesimo di secondo in rumori con ampio spettro di frequenze, per esempio nel fruscio prodotto da una cascata. Se i toni invece sono composti da una sola frequenza, per percepire una pausa bisogna che la sua durata sia leggermente maggiore, circa 10 ms (millisecondi), che aumenta quanto più il suono è grave rispetto a uno più acuto. Le pause più lunghe che non riusciamo a percepire sono nell'ambito del parlato: si possono cancellare porzioni fino a 50 ms di un discorso e i corrispondenti fonemi possono essere ancora percepiti come presenti”.

Il caso del parlato è ancora più particolare: le pause più brevi nello stimolo sonoro vengono ricucite dal nostro sistema nervoso grazie alla rielaborazione del contesto. Una sorta di illusione sonora che permette di ricostruire le parti mancanti di un discorso, proprio come accade per certe illusioni ottiche in cui si possono vedere contorni che in realtà non sono disegnati, o come un ‘testo srcitto pieno di errori può essere comnuque lelto e copmreso senza trooppe diffcoltà’. “Quando gli stimoli vengono presentati in presenza di rumore di fondo, inoltre, le pause possono non essere percepite del tutto, anche nel caso la loro durata sia superiore a quella rilevabile dall'apparato uditivo”, conclude l’esperto.

Insomma, non tutte le pause all’interno di un suono possono sembrarci tali, così come non tutti quelli che percepiamo come silenzi sono delle vere pause sonore.

Fonte: Carlo Andrea Rozzi, Istituto nanoscienze, carloandrea.rozzi@nano.cnr.it

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