Focus: Pausa

Per memorizzare è meglio fare soste ogni tanto

Ragazza che studia
di Rita Bugliosi

È sbagliato pensare che per apprendere di più è necessario applicarsi senza interruzioni. In realtà, effettuare delle brevi pause aiuta la memoria, come spiega Elvira De Leonibus dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Cnr

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La fine dell’estate e delle vacanze segna la ripresa dell’attività lavorativa, ma anche la riapertura delle scuole con l’inizio delle lezioni e dello studio. E, a questo proposito, è convinzione comune che per apprendere meglio e di più ci si debba dedicare in maniera continuativa, senza soste e distrazioni, allo studio o all’attività che stiamo svolgendo. Ma è veramente così? “Siamo abituati a pensare che si impari solo studiando, ripetendo, esercitandosi, ma, secondo studi scientifici, molto di quanto ricordiamo lo dobbiamo a ciò che succede quando ci fermiamo e facciamo delle soste; in realtà, brevi pause tra esercizi, i primi secondi dopo la fine di un evento e il sonno profondo sono solo apparentemente momenti di inutile inattività, in realtà sono fondamentali per consolidare i ricordi”, spiega Elvira de Leonibus, dirigente di ricerca dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare (Ibbc) del Cnr.

Cerchiamo allora di capire meglio come tutto questo avviene nella nostra testa. “Dopo la fine di un evento - per esempio la conclusione di una scena in un film o la fine di un’azione - il nostro cervello segna questi passaggi con delle ‘soglie di evento’ (event boundaries), che attivano meccanismi cerebrali per chiudere e consolidare l’esperienza appena vissuta”, illustra la ricercatrice. “Ma se subito dopo arriva un nuovo stimolo, senza neanche pochi secondi di pausa, la memoria dell’evento precedente può essere compromessa, anche a distanza di 20 minuti o di 24 ore. Una breve pausa, invece, protegge e rinforza la memoria. Questo suggerisce che esiste una finestra critica di pochi secondi durante la quale il cervello ‘decide’ se e come conservare un ricordo”.

Sosta durante il lavoro

Non è necessario fare comunque interruzioni lunghe dell’attività per avere vantaggi nella memorizzazione, come chiarisce l’esperta: “Anche brevi pause di pochi secondi o di qualche minuto tra esercizi aiutano il cervello a consolidare ciò che si sta imparando. E questo è particolarmente evidente nell’apprendimento motorio sequenziale, come ad esempio suonare una melodia o digitare una password. Negli individui sani, infatti, queste pause attivano l’ippocampo, una regione chiave per il consolidamento della memoria. Si è visto invece che nei pazienti con danno in quest’area i miglioramenti durante la pausa si riducono, ma possono essere compensati da un apprendimento più intenso durante l’attività”.

Non tutti gli individui però consolidano la memoria allo stesso modo, ci sono ad esempio differenze tra maschi e femmine, come emerso da uno studio su modelli animali al quale ha partecipato anche la ricercatrice del Cnr-Ibbc. “La nostra ricerca ha evidenziato che i rappresentanti dei due sessi memorizzano gli oggetti in maniera diversa, specie quando devono gestire molte informazioni in poco tempo: nei maschi, una pausa subito dopo l’apprendimento permette di ricordare meglio. Ma se la pausa viene sostituita da nuovi stimoli, la memoria crolla. Le femmine, invece, sono più resistenti alla distrazione: ricordano bene anche senza pause, ma non traggono gli stessi benefici dalla pausa stessa”, aggiunge De Leonibus. “Questa differenza non è strutturale, ma dipende dalla dinamica dei circuiti cerebrali coinvolti e dal materiale da ricordare. Studi su esseri umani confermano le differenze di sesso, ma evidenziano che quando si utilizza un diverso tipo di materiale da apprendere - come gli odori invece degli oggetti - anche a parità di apprendimento, le donne ricordano meglio dopo una settimana, grazie a un consolidamento più stabile e spontaneo”.

Affinché l’apprendimento dia risultati è fondamentale, dunque, come questo viene organizzato. “Ricerche recenti condotte nel laboratorio di Andrea Mele, professore dell’Università La Sapienza, hanno evidenziato che l’apprendimento distribuito nel tempo (distributivo) - con pause tra sessioni - è più efficace di quello concentrato (massivo), dal momento che ogni tipo di apprendimento attiva circuiti cerebrali diversi. Si è visto però che stimolando artificialmente il circuito giusto è possibile migliorare anche l’apprendimento massivo, e questo apre la strada a terapie in grado di potenziare la memoria in modo mirato”, conclude la studiosa del Cnr.

Fonte: Elvira De Leonibus, Istituto di biochimica e biologia cellulare, elvira.deleonibus@cnr.it

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