Letargo, migrazioni e strategie estreme
Nel mondo animale, ogni gesto è il risultato di un’evoluzione lunga millenni: un delicato equilibrio tra istinto, adattamento e sopravvivenza. Quando l’inverno si avvicina, molti animali sembrano scomparire: le marmotte si dirigono nei loro rifugi, gli uccelli migratori volano verso sud, i pipistrelli smettono di volare. Ma cosa succede davvero nel mondo animale durante i mesi più freddi? Lo abbiamo chiesto a Emiliano Mori dell’Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri del Cnr e del National biodiversity future center, esperto di adattamenti faunistici alle condizioni ambientali
Con l’arrivo dell’inverno, gli animali che vivono nelle regioni temperate e polari si trovano di fronte a sfide complesse: temperature rigide, disponibilità di cibo drasticamente ridotta, neve e ghiaccio che limitano gli spostamenti e un habitat che diventa ostile per lunghi mesi. Per affrontare queste difficoltà, la selezione naturale ha favorito un ventaglio straordinario di adattamenti, che spaziano dal comportamento alla fisiologia. Letargo, torpore, variazioni morfologiche stagionali e sofisticati meccanismi di termoregolazione sono solo alcune delle strategie che hanno permesso a molte specie di prosperare anche negli ambienti più estremi, soprattutto nei mesi più freddi. Perché l’inverno rappresenta una sfida per gli animali.
“Uno dei meccanismi più diffusi per fronteggiare l’inverno è la riduzione drastica del metabolismo. Alcuni mammiferi, rettili e anfibi ricorrono al letargo o a forme più brevi di torpore per abbassare la temperatura corporea e rallentare le funzioni vitali, risparmiando così energia quando il cibo è scarso. L’orso bruno europeo, ad esempio, trascorre i mesi invernali in tane scavate nel terreno o tra le rocce, entrando in una condizione di torpore profondo. A differenza dei veri ibernanti, la sua temperatura corporea non scende drasticamente, ma resta sufficientemente stabile da consentire un rapido risveglio in caso di disturbo. Questo compromesso gli permette di sopravvivere senza alimentarsi per settimane, consumando esclusivamente le riserve di grasso accumulate in autunno”, spiega Emiliano Mori dell’Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri (Iret) del Cnr e del National biodiversity future center (Nbfc).
Questo accade anche ad altri animali. “Alcuni roditori, la marmotta ad esempio, passa i mesi invernali in tane sotterranee; e gliridi (ghiro, moscardino, quercino e driomio) dormono tutto l’inverno (almeno alle latitudini più alte) in nidi ben protetti dal clima avverso. Altre specie invece, come l’istrice o lo scoiattolo, ricorrono a un semi-letargo, riducendo cioè la loro attività nei mesi più freddi ma mantenendo comunque limitati movimenti per l’approvvigionamento di cibo”, aggiunge lo studioso.
Cosa avviene invece ai pipistrelli? “I pipistrelli, diffusi in gran parte del mondo, offrono un esempio affascinante di adattamento al freddo. Essendo entomofagi, la loro sopravvivenza in inverno è minacciata dalla quasi totale assenza di insetti volanti. Per questo motivo, durante l’inverno, molte specie europee e nordamericane si rifugiano in grotte, miniere abbandonate o cantine, ambienti in cui la temperatura rimane bassa ma stabile e l’umidità ridotta impedisce la disidratazione. Durante l’ibernazione, i pipistrelli riducono la frequenza cardiaca da oltre 400 battiti al minuto a meno di 20, e il ritmo respiratorio diventa quasi impercettibile. La temperatura corporea scende a pochi gradi sopra lo zero, permettendo un grande risparmio energetico. Tuttavia, ogni risveglio dall’ibernazione comporta dispendio energetico e, se disturbati troppo spesso da predatori, turisti o attività umane, rischiano di esaurire le riserve di grasso prima della primavera”, chiarisce il ricercatore.
Ci sono poi gli animali a sangue freddo, come rettili e anfibi. “Molti rettili, come serpenti e lucertole, e anche anfibi urodeli, come tritoni e salamandre, adottano una strategia simile: si rifugiano in fenditure del terreno, in tronchi o sotto rocce, entrando in brumazione, una forma di torpore che consente loro di sopravvivere alle basse temperature riducendo quasi a zero l’attività. In alcune regioni del Pianeta, il freddo non è solo intenso, ma persistente e letale; gli animali che vi abitano hanno evoluto adattamenti radicali. Alcune rane nordamericane, come la Rana sylvatica, possono letteralmente congelare: l’acqua all’interno del loro corpo ghiaccia, ma grazie alla presenza di crioprotettori naturali come il glucosio, gli organi vitali non vengono danneggiati. Con il ritorno della primavera, queste rane ‘ritornano in vita’, dimostrando l’estrema plasticità delle risposte evolutive”, sottolinea Mori.
Diverso il comportamento dell’orso polare. “Questo animale è un vero specialista dell’Artico, con la sua pelliccia fitta e il grasso sottocutaneo spesso fino a dieci centimetri che lo isolano dal gelo. Il colore bianco del mantello, oltre a garantire mimetismo sulla neve, riflette la luce solare in eccesso, evitando il surriscaldamento durante i rari periodi più miti”, afferma il ricercatore.
Gli uccelli migratori, invece, evitano del tutto il problema. Molte specie si spostano verso sud prima dell’inverno, intraprendendo viaggi che richiedono enormi quantità di energia, ma che consentono loro di accedere a risorse alimentari abbondanti e a climi più favorevoli. Ora però qualcosa sta cambiando giusto?
“Se queste strategie hanno garantito la sopravvivenza per millenni, oggi la loro efficacia viene messa in discussione dai cambiamenti climatici. Inverni sempre più brevi e miti alterano i cicli naturali: gli orsi possono uscire troppo presto dalle tane, trovando ancora scarsità di cibo; i rettili, gli anfibi e i ricci rischiano di ‘svegliarsi’ in anticipo, quando le temperature sono ancora troppo basse per permettere la caccia e la riproduzione; gli uccelli migratori si trovano disallineati rispetto alla fioritura delle piante e alla presenza degli insetti di cui si nutrono. La riduzione dei ghiacci artici causata dal riscaldamento globale mette a rischio la sopravvivenza dell’orso polare, poiché senza piattaforme di ghiaccio galleggianti, non può cacciare le foche, la sua principale fonte di nutrimento”, conclude Mori.
Fonte: Emiliano Mori, Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri e National Biodiversity Future Center, emiliano.mori@cnr.it