Focus: Pausa

La rotazione delle colture come rigenerazione del suolo

Terreni coltivati
di Benedetta Ciarmoli

Prendersi una pausa, in agricoltura, significa restituire al suolo il tempo per rigenerarsi e ritrovare equilibrio. La rotazione delle colture è una pratica che traduce questo concetto in azione concreta: alternare specie diverse, seminate o native, non solo migliora la fertilità, ma mitiga l’impatto dei patogeni e parassiti, favorendo la biodiversità microbica. A raccontarlo è Cristina Sbrana, ricercatrice esperta di microbiologia agraria e relazioni pianta-microrganismo presso l’Istituto di biologia e biotecnologia agraria del Cnr

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Quando pensiamo alla pausa, la immaginiamo spesso come un tempo di riposo e recupero. In agricoltura, la pausa non comprende solo la non coltivazione del suolo, ma prende forma anche nella rotazione colturale, un’antica pratica che permette al terreno di rigenerarsi e tornare fertile, dopo una coltura esigente dal punto di vista nutrizionale. Parlare di rotazione delle colture significa quindi parlare di cura del suolo. Il terreno, infatti, non è un semplice supporto inerte per le piante, ma un organismo vivo che ha bisogno di pause, variazioni e rigenerazione. La rotazione è uno degli strumenti più efficaci per mantenerlo fertile e sano nel tempo.

Quando coltiviamo la stessa specie per più anni consecutivi, creiamo le condizioni ideali per la proliferazione di parassiti e patogeni specifici della coltura stessa. Alternare le colture permette di rallentare o interrompere il ciclo vitale di tali organismi e ridurne gli effetti negativi sulla produzione.

Inoltre, la rotazione contribuisce ad arricchire il terreno di sostanza organica e nutrienti minerali. Le leguminose - come fagioli, piselli o erba medica - hanno la capacità di fissare l’azoto atmosferico grazie alla simbiosi con i batteri azoto-fissatori; questi microrganismi trasformano l’azoto dell’aria in forme assimilabili dalle piante, rendendo questo nutriente disponibile non solo per la coltura in atto, ma anche per quelle successive. Altre specie, come i cereali invernali, sviluppano radici molto fascicolate che migliorano la struttura del suolo e si associano con batteri azotofissatori liberi.

Un altro grande beneficio della rotazione riguarda i funghi micorrizici arbuscolari. “Questi microrganismi vivono in simbiosi con le radici delle piante; grazie a loro le piante riescono ad assorbire meglio acqua e nutrienti fondamentali come fosforo, ma anche ferro, zinco e calcio. Quando pratichiamo una rotazione ben bilanciata tra colture ospiti e non ospiti favoriamo la continuità delle loro reti sotterranee capaci di recuperare nutrienti altrimenti scarsamente accessibili; al contrario, la monocoltura finisce per impoverirle a causa dell’uso di fertilizzanti chimici e pesticidi, necessari per mantenere una buona produzione”, spiega Cristiana Sbrana dell’Istituto di biologia e biotecnologia agraria (Ibba) del Cnr.

Questi alleati invisibili delle radici sono un esempio perfetto di come la biodiversità sotterranea sia indispensabile per la salute e la resilienza dei campi.

La rotazione permette una vera e propria rigenerazione ecologica. La pausa, in agricoltura, non significa assenza, ma variazione: alternando colture diverse o coltura e vegetazione spontanea, il terreno viene protetto dalla perdita di fertilità e reso più resiliente. Come si può capire quando è il momento giusto per avviare una rotazione colturale? “Un primo segnale arriva dalle analisi chimiche e biologiche del suolo. Se all’inizio di una coltivazione trovo una buona quantità di sostanza organica e poi, con il tempo, questa tende a diminuire, significa che il terreno sta perdendo fertilità e ha bisogno di una pausa. Anche dal punto di vista biologico i dati parlano chiaro: all’inizio posso avere una comunità microbica ricca e diversificata, ma se anno dopo anno coltivo sempre la stessa specie, questa biodiversità tenderà a calare. È proprio in questi momenti che la rotazione diventa fondamentale, perché permette di rigenerare il suolo, riequilibrare le popolazioni microbiche e restituire vitalità al sistema agricolo”, chiarisce la ricercatrice.

Coltivazione di piante

La rotazione delle colture gioca un ruolo importante anche nella lotta al cambiamento climatico. Quando le piante sono sottoposte a stress, come siccità, alte temperature o variazioni improvvise del clima, è importante studiare il loro genotipo. “Seppur il genotipo della pianta non sia da solo l’unico fattore da considerare per contrastare lo stress, dalle analisi e dagli esperimenti che negli anni abbiamo condotto, ci siamo resi conto che resta l’aspetto più determinante. Allo stesso tempo, non dobbiamo dimenticare il ruolo degli organismi del suolo: sono loro a sostenere la vitalità e la resilienza del sistema agricolo. Per questo, conservarli è essenziale. E se la rotazione delle colture può aiutarci a farlo, allora diventa uno strumento prezioso non solo per la fertilità, ma anche per la sostenibilità futura dell’agricoltura”, continua Sbrana.

Il sistema agronomico funziona come un insieme complesso, in cui le variabili più importanti sono le caratteristiche genetiche delle piante utilizzate e la funzionalità dei microrganismi del suolo. La rotazione contribuisce a creare un contesto più resiliente, alternando specie diverse e varietà complementari. In questo modo il suolo mantiene biodiversità microbica e struttura, permettendo alle piante di esprimere al meglio le proprie potenzialità di adattamento agli stress. Si crea così una sorta di rete di sicurezza naturale: quando l’ambiente circostante è equilibrato e rigenerato, le piante hanno maggiori possibilità di resistere ai cambiamenti climatici e di continuare a produrre in modo sostenibile. Questo non solo aiuta l’ecosistema, ma garantisce anche all’uomo alimenti con migliori qualità nutrizionali. “Mi aspetto ancora uno sviluppo, che combini i risultati degli studi biochimici e molecolari sfruttando l’Intelligenza artificiale, e che validi modelli utili a ottenere prodotti alimentari ad alto valore nutraceutico, anche in condizioni di stress. La sfida più grande resta infatti quella contro il cambiamento climatico: per comprenderne gli effetti ci stiamo muovendo anche dal punto di vista tecnologico; ad esempio, a Pisa studiamo l’uso di droni per monitorare lo stato di salute delle colture e valutare la risposta dei diversi genotipi agli attacchi di patogeni”, conclude l’esperta.

La pausa agricola, dunque, non è un vuoto, ma un tempo di rigenerazione. Tecniche come la rotazione e la consociazione mostrano che rispettare i ritmi del suolo significa investire sulla sua fertilità futura. In un mondo che deve affrontare sfide ambientali e climatiche sempre più urgenti, prendersi cura della terra con intelligenza e rispetto è la vera chiave per un’agricoltura sostenibile e resiliente.

Fonte: Cristiana Sbrana, Istituto di biologia e biotecnologia agraria, cristiana.sbrana@cnr.it

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