Narrativa

Vizi privati e scientifiche virtù

ombra
di Marco Ferrazzoli

Il libro di Milly Barba e Debora Serra “Geni nell'ombra”, dedicato a protagonisti della ricerca che sono stati dimenticati o estromessi, è di estrema attualità, nonostante l'impianto storico. Alcuni dei 18 capitoli del volume sono dedicati a donne quali Augusta Ada Byron, contessa di Lovelace e madre dell'informatica, e Rosalind Franklin, estromessa dal Premio Nobel per la scoperta del Dna. Tra le vicende di italiani sono narrate quelle di Antonio Meucci, inventore del telefono che perse però il duello brevettuale, e di Vincenzo Tiberio, che anticipò fondamentali intuizioni sull'uso della penicillina.

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Il libro di Milly Barba e Debora Serra “Geni nell'ombra” assume nello scenario contemporaneo una notevole attualità, nonostante l'impianto prettamente storico dell'opera. Sono almeno due le questioni contingenti alle quali, infatti, il saggio edito da Codice si collega. La prima è quella del difficile punto di equilibrio tra la tutela del copyright, del diritto autorale nella ricerca scientifica e nella applicazione tecnologica - fare cioè in modo che la persona alla quale si deve l'intuizione originaria, e talvolta anche una parte di sviluppo decisiva, venga riconosciuta nei suoi meriti, anche dal punto di vista dei profitti che la scoperta può generare - e la tendenza apparentemente opposta, e prevalente oggi, in tempi di pandemia, a reclamare una maggiore prevalenza dell'interesse pubblico rispetto a quelli personali e privati. Il secondo tema è quello della discriminazione di genere nel mondo della scienza, cioè del pari riconoscimento tra i due sessi, che sappiamo essere tutt'altro che risolto, soprattutto quando lo si monitori nei “piani alti” del sistema, ai livelli di carriera più elevati e nelle posizioni dirigenziali.

Una buona parte dei 18 capitoli del libro è dedicata proprio a donne di epoche e situazioni molto diverse: si va da Augusta Ada Byron contessa di Lovelace, considerata in qualche modo la madre dell'informatica, fino a Rosalind Franklin, estromessa dal Premio Nobel per la scoperta del Dna, alla quale i celeberrimi vincitori riservarono un trattamento davvero indegno della loro levatura, per di più esprimendosi in termini che oggi avrebbero prodotto una sacrosanta insurrezione per la loro scorrettezza politica ma soprattutto scientifica. Due vicende di straordinario interesse. Byron, intanto, non è un'omonimia: si tratta della figlia di Lord George, il celeberrimo poeta (mai conosciuto) e ci muoviamo in un ambiente di appassionati e studiosi (non esclusivamente maschi) in cui però soprattutto Lady Lovelace intuisce “l'immensa potenzialità di elaborazione simbolica dei dati della macchina analitica, la stessa dei moderni computer”. Non dimentichiamo che questi dispositivi sono stati a lungo chiamati “cervelli elettronici”. La storia di Rosalind maturò in un clima frenetico degno di un gran premio di Formula Uno giocato senza fair play: “Accade che incautamente, a fine gennaio, Maurice faccia vedere all'arguto James Watson la nota foto 51. A James basta una sola occhiata per capire di avere davanti a sé ha la prova definitiva che il Dna ha una forma elicoidale. L'esito della ricerca di Rosalind non è ancora stato pubblicato su alcuna rivista scientifica e la portata della scoperta forse è chiara solo a lei e a Raymond. James intuisce subito che l'occasione è propizia e che può battere la scienziata sul tempo […] A marzo James e Francis hanno completato la loro struttura e sono pronti a darne notizia al mondo […] Il 25 aprile 1953 Nature pubblica tre articoli […] Rosalind, che senza saperlo ha fornito tutto il materiale sperimentale usato per la costruzione del modello di Watson e Crick, si ritrova in terza posizione”.

Quella che noi chiamiamo “scoperta”, nel processo di avanzamento delle conoscenze, è un momento complesso, che si declina in molte combinazioni di fattori programmati e casuali, dunque sappiamo che la contesa sulla paternità può essere oggettivamente difficile da dirimere. Ma sicuramente uno degli elementi che giovano è se lo scienziato si inserisce in un sistema di ricerca coeso, coerente, solido, capace di sostenerlo. In tal senso vanno lette le due celebri vicende di italiani narrate nel libro, quella di Antonio Meucci, inventore del telefono che perse però il duello brevettuale, e quella di Vincenzo Tiberio, che anticipò fondamentali intuizioni sull'uso della penicillina ma fu, come noto, oscurato da Fleming. Per far capire quanto avventurosa sia stata la vita del primo, basti dire che subì l'onta della galera e che, emigrato, rese utilizzabile con i filtri da lui realizzati l'acqua dell'Avana, produsse candele e carta di migliore qualità con l'aiuto di… Giuseppe Garibaldi. Ma sul telefono, “le cose non volgono a suo favore. Il deposito del brevetto ha un costo di 250 dollari, cifra ben al di là delle possibilità economiche di Antonio”. Quello su Meucci è un romanzo, più che un capitolo biografico.

Tutto “Geni nell'ombra” si legge a dire il vero come un'opera narrativa. Che ha il merito di accogliere sotto lo stesso tetto editoriale vicende note ma raccontate in decine di saggi: a quella di Alfred Russel Wallace, che approdò “come Charles Darwin alle leggi che regolano l'evoluzione delle specie, ma restando volutamente all'ombra del maestro”, ha dedicato un'opera di divulgazione importante il nostro Federico Focher. Un altro pregio del saggio di Barba e Serra è quello di riportare le figure degli scienziati alla loro umanità integrale, fatta spesso di miscele esplosive tra genio intellettuale e miseria privata. Far scendere gli uomini e le donne di scienza dal piedistallo e poterli vedere a tutto tondo è un'esigenza che in questo periodo avvertiamo più urgente, proprio per saldare mondo della ricerca e società civile in un rapporto sincero: anche questo è un elemento di attualità del libro.

titolo: Geni nell'ombra
categoria: Narrativa
autore/i: Barba Milly, Serra Debora
editore: Codice Edizioni
pagine: 267
prezzo: € 17.00

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